Diventa maggiorenne il Sap Executive Summit di Cernobbio, osservatore attento in questi 18 anni dell’impatto della tecnologia sulle aziende e sulla società, che nelle ultime edizioni ha raccontato l’innovazione in uno scenario geopolitico sempre più complesso, di guerra in guerra. Portando il dibattito su “riflessioni pragmatiche” in modo da essere strumento concreto per aiutare le aziende a gestire la velocità con cui il cambiamento sta avanzando.
E’ Carla Masperi, amministratore delegato di Sap Italia, a spiegare come oggi l’AI, motore del cambiamento, sia integrata in modo profondo nelle applicazioni e nel business, davanti a 100 business leader di aziende e istituzioni italiane. “Cernobbio compie 18 anni, è maggiorenne, un traguardo simbolico ma unico per longevità nel settore high tech, con l’ambizione di guardare al futuro e anticipare i trend di come la tecnologia possa essere di supporto alle aziende. Un evento preparato con mesi di anticipo, grazie all’ecosistema dei partner, che quest’anno cerca di immaginare il futuro ponendo al centro l’AI agentica. Stiamo entrando in una nuova era dell’AI, non più un insieme di tool efficaci in grado di rispondere a domande complesse, ma sistemi in grado di agire e orchestrare processi, rendendo decisioni autonome in perimetri delineati”.
Il titolo dell’edizione 2026, Agents of Growth, riflette la doppia trasformazione in atto nelle organizzazioni. Da un lato le persone, che restano i veri agenti della crescita, dall’altro l’intelligenza artificiale che sta entrando pesantemente nei processi aziendali grazie all’AI agentica scardinando vecchi modelli di business e spingendo competitività e produttività.
Ma non è tutto così semplice: l’adozione di sistemi di Agentic AI che si integrano tra loro richiede che le aziende si preparino, che decidano quali modelli di business adottare, in quale perimetro e quale governance implementare. “La domanda più importante per un Ceo è come preparare la propria organizzazione perché l’AI agentica diventi efficace, capire come migliorare il business. E’ arrivato il momento di aver un approccio pragmatico all’AI, dopo avere creato tante aspettative” puntualizza Masperi.

Il pragmatismo dell’AI
L’adozione dell’AI deve essere rapida, scalabile e sostenibile senza elevare la complessità. Pragmatica, per arginare quella complessità che frena le aziende nel passaggio dal Poc alla produzione (solo il 5% delle aziende enterprise è coraggioso secondo il Mit, nel 95% dei casi i progetti si perdono per strada) e per far sì che le aziende si interroghino sulla maturità dei loro dati e sulla capacità di integrarli. “Il problema sta nella frammentazione delle applicazioni, nella loro orchestrazione. La questione non è se adottare l’AI ma in che modo la sua adozione diventa efficace”.
Tra le due modalità per sanare la frammentazione – portare tutti i dati al di sopra dei processi per darli in pasto all’AI, oppure portare l’AI dentro ai processi e fare in modo che tutti i processi lavorino in modo coordinato – la strada è la seconda, con agenti AI rapidi da adottare, scalabili, in grado di comprendere la complessità dell’organizzazione e il contesto. “L’approccio pragmatico richiede una roadmap chiara per i clienti, non solo sui risultati che l’AI può portare ma anche sulle condizioni a monte – continua Masperi -. Il come adottare l’AI non ha scorciatoie: richiede maturità di dati e capacità di fare lavorare assieme intelligenza agentica e capitale umano, i due capisaldi dell’organizzazione del futuro”.
Una questione organizzativa

La vera sfida è scalare l’AI in tutta l’organizzazione. “Ed è qui che fanno davvero la differenza le persone – spiega Gina Vargiu-Breuer, chief people officer and labor director, executive board di Sap –. In una azienda tutte le leadership devono investire nello sviluppo del proprio ruolo nella trasformazione della company, non solo l’HR. Dobbiamo sviluppare la fiducia dei dipendenti, investire nel change management anche alla luce di quanto succede nel mondo. Cultura e AI responsabile sono i due elementi su cui lavorare, ma non serve solo che le persone imparino a convivere con gli agenti AI considerandoli compagni di viaggio, serve che abbiano la pazienza di attendere i risultati e i Kpi dall’adozione dei progetti basati sulla qualità dei dati”.
Un problema sentito da molte aziende. Il 34% dei manager non ha fiducia nella propria capacità di integrare i dati tra diverse funzioni aziendali, il 30% ammette di non avere a disposizione dati di qualità, il 27% fatica a lavorare a causa dei dati isolati in silos. “Ciò dimostra che il vero ostacolo all’adozione dell’AI non è l’algoritmo, ma la maturità dei dati e l’integrazione organizzativa – continua Masperi -. In questa visione l’AI agentica non solo è leva di automazione, ma asset per ripensare il business, con attitudine a lavorare su grandi quantità di dati. Le chiavi dell’autonomous enterprise sono il dialogo e la chiarezza organizzativa: le aziende chiedono una roadmap AI ma non è scontato il percorso”.
Tra le aziende che stanno implementato progetti innovativi Aria, in house di regione Lombardia, Bracco Imaging nella diagnostica per immagini, EssilorLuxottica nel mondo degli occhiali e tecnologie medicali, premiate con i Sap Innovation Awards.
La tecnologia a supporto
La roadmap di Sap per il 2026 prevede 5 elementi: Joule come unico punto di accesso conversazionale, l’AI embeddata in ogni processo (dal procurement all’HR), il focus su Industrial AI concentrandosi sui risultati per settori verticali, la business data cloud platform come elemento fondante e una forte spinta all’adozione. Precisa Augusta Spinelli, president Emea Customer Success di Sap: “Dobbiamo fare dell’AI una abitudine quotidiana, puntando a un outcome chiaro, costruendo la confidenza sugli strumenti in modo che cresca la fiducia e la tecnologia non venga percepita come disruptive, investendo nelle persone con la stessa attenzione dedicata alla tecnologia. Non è la tecnologia a creare la trasformazione ma le persone che la utilizzano”.
In sintesi la strategia poggia su tre livelli: i dati raccolti in una data foundation unificata che rende l’AI affidabile con risultati su larga scale, l’intera suite applicativa ripensata con l’AI, la creazione di agenti AI per eseguire attività in tutti progetti, con un approccio end to end. “La base dati è il cuore di quello che noi facciamo e nella nuova ondata agentica stiamo sviluppando l’interoperabilità agent to agent in modo che tutti gli agenti possano collaborare tra loro in sicurezza. Il contesto geopolitico rafforza la necessità di agilità e di una chiara governance dei dati”, precisa Spinelli.

Uno sguardo al mondo
In testa alle preoccupazioni degli italiani oggi, più che l’AI, c’è infatti la guerra, l’ultima in Iran che in poco più di tre settimane ha seminato morti, sfollati, danni sull’economia e sulle infrastrutture. L’analisi di Paolo Magri, geopolitico e vice presidente esecutivo di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) passa dal constatare che “tutto quello che sta succedendo in qualche modo lo sapevamo già”. Ma le incognite sono molte.
Una guerra esemplificata con lo scontro tra Davide e Golia: Davide metafora, oggi, dell’Iran sanzionato da 50 anni e militarmente debole con un territorio esteso difficile da colpire e uno stretto strategico, Golia metafora di Usa-Israele, potenze che guidano due degli eserciti più potenti al mondo che hanno fatto partire una guerra senza minacce imminenti, togliendo l’attenzione politica da Gaza, Venezuela, Epstein files, negoziato Russia-Ucraina. Mettendo tutti i Paesi della regione del Golfo in uno stato di guerra, preoccupati che Israele possa diventare egemone nell’area, innescando il rischio di un conflitto di dimensioni maggiori. “Fatti surreali stanno succedendo, tra merci che non transitano, giacimenti energetici bombardati e la possibilità che le sanzioni dopo 50 anni vengano cancellate per volere degli stessi Usa per fare circolare il petrolio – spiega Magri -. Dell’obiettivo di Trump così mutevole – tra crollo del regime e controllo dell’energia – non abbiamo nessuna certezza. Da una parte può essere una buona notizia perché può in ogni momento dire che lo ha raggiunto, dall’altra non si sa se Netanyahu si fermerà o andrà avanti e se l’Iran sarà pronto a regalare una vittoria immediata. Gli scenari sono diversi, la speranza che prevalga una razionalità e un misto tra coercizione e diplomazia anche per tornare al punto zero, ma nulla è prevedibile. La guerra in Iran ha creato la più grande disruption di forniture energetiche della nostra storia e la crisi energetica è certa perché le riserve non basteranno, portando inflazione e stagflazione. Mentre Russia e Cina osservano una America distratta verso di loro, compiacendosi della situazione: la Russia perché esportatrice di energia, la Cina perché importatrice ma sempre più convinta di spingersi verso le rinnovabili senza scoprire le proprie carte (rinviando l’incontro con Trump). In questi tempi, conviene fare previsioni il meno possibile”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA











































