Il data center è in trasformazione. Riconosciuta come infrastruttura critica per indirizzare le nuove esigenze – anche, e in particolare, in relazione ai workload con l’AI – proprio il calcolo accelerato sulle GPU richiede oggi di disporre nei data center di densità energetica moltiplicata per rack. Le architetture tradizionali raffreddate ad aria non sono in grado di sostenere le richieste e impongono un ripensamento radicale di progettazione, alimentazione elettrica e gestione termica. In questo scenario, emergono soluzioni come il liquid cooling, i digital twins, la distribuzione in corrente continua e approcci sistemici che integrano continuità di alimentazione dal trasformatore di distribuzione al punto di utilizzo nei rack (power train) e catena del freddo (thermal chain) in piattaforme modulari pronte per il deployment. Comprendere queste dinamiche è oggi decisivo per chi deve scegliere dove e come indirizzare gli investimenti infrastrutturali, garantire efficienza energetica e accompagnare la crescita delle applicazioni basate su AI. E noi ne parliamo con Stefano Mozzato, VP Marketing Emea di Vertiv.
Un settore maturo, in cui cambiano le regole del gioco
“Per circa vent’anni, il data center è rimasto un’infrastruttura sostanzialmente prevedibile – esordisce Mozzato . Rack da 5-7 kilowatt, raffreddamento ad aria con la classica configurazione a corridoio caldo e corridoio freddo, architetture di ridondanza consolidate — N, N+1, N+2 — e una progressione lineare delle prestazioni che rendeva ogni generazione infrastrutturale un aggiornamento marginale della precedente”. Il settore, tra i primi anni Duemila e la metà dello scorso decennio, ha trovato un suo equilibrio operativo, scandito dalle metriche di efficienza energetica come il PUE (Power Usage Effectiveness) introdotto verso nel primo decennio del millennio, dagli standard Ashrae sulle temperature operative e dalle architetture termiche classificate nei livelli Tier1, Tier2, Tier3 e Tier4— “tassonomie che hanno progressivamente elevato il grado di competenza e maturità progettuale dell’intero comparto”.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e quel modello incrementale è esploso. “Il settore dei data center è oramai è entrato nella fase di maturità – spiega Mozzato – e ha subito un cambiamento enorme da un punto di vista dell‘infrastruttura e dell’approccio al calcolo“. Il passaggio fondamentale è quello dall’utilizzo prevalente di CPU— processori che eseguono operazioni complesse in serie — alle GPU, unità di calcolo grafico che parallelizzano enormi quantità di operazioni semplici. Quella che appare come intelligenza artificiale generativa, capace di conversare e creare contenuti, poggia su una base computazionale radicalmente diversa da quella tradizionale: “non un miglioramento lineare, ma un salto di paradigma che ha moltiplicato la domanda di risorse energetiche e termiche di svariati ordini di grandezza”.
I numeri parlano da soli: la densità per rack non è cresciuta del venti o del trenta percento, ma del quattrocento, cinquecento, fino al duemila percento e oltre. “Quelli che erano i 7 kW per rack sono diventati 140 – precisa Mozzato – e sono già arrivati alcuni casi a 240-250″. Si tratta di soglie che rendono fisicamente impossibile il raffreddamento ad aria tradizionale — una semplice legge fisica legata alla capacità termica dell’aria e al differenziale di temperatura gestibile in un ambiente confinato — e che spingono sempre più verso il raffreddamento a liquido come condizione preferenziale. Nei laboratori poi si lavora già su configurazioni da 1 MW per rack, un ordine di grandezza che fino a poco tempo fa risultava difficile persino da concettualizzare.
L’ecosistema del silicio e il ruolo trainante di Nvidia
Al centro di questa trasformazione c’è un ecosistema di produttori di “silicio” — Nvidia, Intel, Amd — che con le loro roadmap di sviluppo dettano il passo dell’intera filiera infrastrutturale. Nvidia, in particolare, ha compiuto un percorso emblematico: da produttore di schede grafiche ad altissime prestazioni per il mercato consumer e professionale, a protagonista assoluto dell’infrastruttura di calcolo per l’AI. “L’azienda di Jensen Huang non produce solo hardware: il suo stack integrato di chip e software — da Cuda ai framework per il training e l’inferenza — oggi definisce l’architettura di riferimento per i data center di nuova generazione, estendendo le applicazioni dal calcolo puramente digitale alla robotica fisica, dove la sensoristica richiede capacità computazionali enormi per guidare sistemi antropomorfi in tempo reale”, dettaglia Mozzato.
Vertiv collabora con Nvidia da tempo, ben prima che lo stesso liquid cooling diventasse un tema mainstream. “Al raffreddamento a liquido stiamo lavorando da molti anni e siamo già impegnati sulle nuove generazioni di GPU che saranno disponibili nel 2027 con Nvidia”. Tra le direttrici tecnologiche condivise figurano “le applicazioni in corrente continua a 800 Volt, un approccio alla distribuzione energetica che riduce le perdite di conversione AC-DC e migliora l’efficienza complessiva del power train — la catena di alimentazione dal punto di ingresso della rete fino al chip”. Questi sviluppi entrano nei laboratori Vertiv anni prima della commercializzazione, alimentando un ciclo di innovazione che non può essere improvvisato. Il rapporto tra produttori di “silicio” (CPU e GPU) e fornitori di infrastruttura critica è, del resto, strutturalmente bidirezionale: ogni nuova generazione di GPU impone vincoli termici, elettrici e meccanici che ridefiniscono i requisiti dell’intero ecosistema a valle, dalla distribuzione dell’energia al raffreddamento, dalla connettività di rete alla gestione operativa. Precisa Mozzato: “E Vertiv, presente nel mercato dei data center sin dal 1965 —con il brand attuale dal 2016 — ha accompagnato questa evoluzione sviluppando competenze trasversali che oggi convergono in un’offerta integrata”.
Data center, dal consumo di energia alla valorizzazione di risorse
Se il passaggio dalle CPU alle GPU ha ridefinito la domanda computazionale, le conseguenze più tangibili si misurano sul piano termico. “Un rack da 140 kW che lavora in regime continuo è, sotto il profilo della gestione del calore, un oggetto radicalmente diverso da un rack tradizionale da 7-10 kW”: non si tratta di raffreddare di più, ma di raffreddare in modo completamente diverso. È qui che Vertiv introduce il concetto di thermal chain, la catena termica, una nozione che Mozzato chiarisce con un’immagine efficace: “È la differenza tra avere tanti anelli che possiamo metterci sulle dita e avere invece questi tanti anelli collegati tra loro che fanno diventare una catena, che quindi ha caratteristiche completamente diverse”.
Il messaggio è che componenti come le CDU (Coolant Distribution Unit), le reti di distribuzione del fluido secondario — la secondary fluid network — non possono operare come elementi slegati. “L’architettura di raffreddamento deve essere progettata come un sistema integrato in cui ogni componente dialoga con gli altri”. La CDU, ad esempio, funge da nodo di scambio termico tra il circuito secondario — che raccoglie il calore direttamente dai server — e il circuito primarioche lo trasferisce all’esterno dell’edificio. Il fluido caldo proveniente dai processori GPU attraversa la secondary fluid network fino alla CDU , un’unità che Mozzato definisce una sorta di “router termico”, dove avviene lo scambio con la rete primaria verso l’ambiente esterno.

Vertiv ha sviluppato inoltre i Vertiv™ CoolLoop Trim Cooler, unità di scambio inserite nella primary fluid network che sfruttano prioritariamente il free cooling — il raffreddamento naturale tramite l’aria esterna — e attivano il raffreddamento meccanico solo in presenza di picchi termici, per poche ore sull’arco dell’anno. “Abbiamo chiamato i nostri prodotti proprio così come l’applicazione li definisce”, spiega Mozzato, “Vertiv CoolLoop Trim Cooler, un loop di raffreddamento; e nello specifico questo esterno si chiama trim cooler perché va a scambiare normalmente senza l’impiego di raffreddamento meccanico usando il free cooling, però è in grado anche di integrare il livello di raffreddamento quando ci sono dei picchi di temperatura esterna elevati”. Il risultato è un’efficienza energetica elevatissima: il sistema meccanico interviene marginalmente, abbattendo il consumo complessivo dedicato al raffreddamento. Ma la catena termica non si ferma al perimetro del data center. In prossimità di reti di teleriscaldamento, il calore di scarto — che grazie alle temperature più elevate raggiungibili con il liquid cooling supera i 50 gradi — può essere recuperato e immesso in una rete urbana o destinato a processi industriali o di teleriscaldamento. “Quel data center che prima produceva dati e aveva come risultato di scarto semplicemente del calore – osserva Mozzato – ecco che quel calore può essere recuperato totalmente o in parte ed essere utilizzato per riscaldare una rete urbana”. È un cambio di paradigma: il data center da consumatore puro a risorsa energetica per la comunità circostante.
Acqua risorse ambientale da valorizzare
Uno dei temi più dibattuti — e spesso fraintesi — nel discorso pubblico sui data center riguarda il consumo di acqua. Mozzato affronta la questione con nettezza. I data center di nuova generazione in Europa, e in particolare in Italia, a circuito chiuso non consumano acqua: “l’impianto viene caricato con un fluido di processo che resta confinato all’interno dell’infrastruttura, senza scarichi né evaporazione”. I sistemi adiabatici, che effettivamente utilizzano acqua per il raffreddamento evaporativo, “sono più diffusi in architetture precedenti o in contesti specifici, come alcuni data center negli Stati Uniti, dove le scale dimensionali e le condizioni climatiche hanno storicamente favorito questo approccio”. In Europa, e segnatamente nei Paesi dove la risorsa idrica rappresenta una criticità stagionale, la progettazione si è orientata verso soluzioni a zero consumo idrico. È un aspetto che Mozzato ritiene fondamentale chiarire, anche in risposta a narrazioni mediatiche che tendono a sovrapporre realtà diverse. L’infrastruttura tecnologica usata per l’intelligenza artificiale, , contribuisce a migliorare la situazione: “Le GPU, operando a temperature più elevate rispetto alle CPU tradizionali, restituiscono acqua calda a oltre 50 gradi anziché i circa 30 gradi delle architetture precedenti” in quanto raffreddate ad aria. Questo innalzamento termico trasforma lo scarto in quella che Mozzato definisce “materia prima nobile, direttamente utilizzabile senza bisogno di ulteriori innalzamenti di temperatura, rendendo economicamente e tecnicamente praticabile il recupero del calore per il teleriscaldamento“.
Digital twins, dalla risoluzione dei conflitti alla gestione predittiva
L’idea del data center inteso e sviluppato come organismo e cuore pulsante nella supply chain del calcolo richiede però anche tempi di realizzazione e di messa a terra dei progetti rapidi. La compressione dei tempi di realizzazione — dai 24-36 mesi di un decennio fa ai circa 12 mesi attuali grazie a costruzioni modulari— è resa possibile anche dall’adozione sistematica dei digital twins nella progettazione e nella gestione operativa dei data center. Il concetto di gemello digitale, tuttavia, ha subito un’evoluzione profonda rispetto al suo impiego originario. Nelle prime applicazioni il digital twin serviva essenzialmente a individuare interferenze fisiche in fase progettuale, per esemplificare con un esempio chiaro “una tubazione che avrebbe incontrato un pilastro, un percorso di cablaggio incompatibile con la struttura portante. Oggi quell’utilizzo è dato per acquisito – precisa Mozzato — e la frontiera si è spostata ben oltre. “Il digital twin sta diventando una componente sempre più centrale per i nuovi sviluppi”, afferma Mozzato, che utilizza un parallelo “meteorologico” per rendere intuitivo il concetto: come le previsioni del tempo costruiscono modelli predittivi a partire da miliardi di variabili — venti, pressione, storico — “il digital twin di un data center simula il comportamento dell’infrastruttura sotto ogni condizione operativa”. Con una differenza cruciale: se le previsioni meteo tollerano un margine di errore di minuti o ore, la simulazione di un data center richiede un livello di accuratezza molto elevato, poiché errori nella modellizzazione possono avere impatti significativi sull’operatività.
Vertiv ha integrato questa visione nel proprio approccio progettuale e operativo attraverso proposte come Vertiv OneCore — una piattaforma modulare che Mozzato descrive come “architettura prefabbricata realizzata in fabbrica, pronta per il deployment rapido una volta arrivata in sito” — e Vertiv SmartRun, la “colonna vertebrale” che orchestra i sottosistemi all’interno di OneCore, definendolo come “una single unit of compute”. La logica è quella di un sistema integrato progettato come un tutto: “Power train per l’alimentazione, thermal chain per il raffreddamento, gestione IT e monitoraggio convergono in un’unica architettura validata tramite digital twin prima ancora di essere fisicamente costruita”. Il gemello digitale, inoltre, non esaurisce il proprio ruolo con la consegna dell’impianto. “Vertiv lo utilizza anche nella fase operativa, ad esempio attraverso strumenti di manutenzione predittiva” che Mozzato cita come “espressione della somma di esperienze accumulate in decenni di attività”. L’obiettivo è anticipare i guasti, ridurre i tempi di intervento e garantire la continuità operativa di cluster AI che, per la loro natura, non possono tollerare interruzioni.
Vertiv, strategia per completare la catena del valore
La visione sistemica di Vertiv si alimenta anche attraverso una strategia di acquisizioni mirata a completare la catena del valore con competenze complementari. Mozzato cita due operazioni significative: “L’acquisizione di un’azienda specializzata nella gestione dei fluidi di processo per il liquid cooling — un aspetto che può apparire secondario ma che è strategico per la manutenzione nel tempo, dato che ogni intervento su un server comporta un collegamento idraulico con il rischio di introdurre impurità nel circuito — e il recente annuncio di acquisizione di ThermoKey, specialista nella produzione di scambiatori di calore e sistemi di raffreddamento per applicazioni industriali e veicolari. “ThermoKey porterà in dote una competenza fondamentale nella progettazione e produzione di heat exchangers ad alte prestazioni — componenti critici nella catena termica che devono operare in condizioni estreme”, spiega Mozzato.
A queste si aggiunge l’acquisizione di un paio d’anni fa di E&I Engineering, per cui Vertiv ha rafforzato la sua presenza in Irlanda, per la produzione di Switchgear (quadri elettrici di distribuzione) e busbar (sbarre collettrici) per data center e infrastrutture critiche. Si ampliano ulteriormente le competenze di Vertiv nella “media tensione” — un segmento sempre più cruciale man mano che i data center crescono in scala e richiedono infrastrutture di distribuzione elettrica più sofisticate. “Non portiamo dentro delle competenze o dei segmenti d’industria per svilupparli separatamente – chiarisce Mozzato -. Li integriamo perché sono stati studiati attentamente e risultano complementari, o meglio, risultano degli amplificatori rispetto a quello che andiamo a fare”.
Europa, nuova primavera per i data center
Allargando gli orizzonti sul piano industriale e geopolitico, Mozzato descrive una dinamica peculiare: “Gli investimenti americani nei data center hanno visto un’impennata nel biennio 2024-2025, trainata dalle strategie degli hyperscaler e dalla spinta delle politiche America First applicate all’infrastruttura digitale”. L’Europa, nel frattempo, ha superato una fase che nell’industria dei data center è percepita come di appiattimento, perché in termini assoluti ha comunque portato una buona crescita; “la svolta è arrivata tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, quando progetti maturati silenziosamente durante l’anno precedente stanno diventando realtà.
L’Europa ha seguito un percorso caratterizzato da tempistiche diverse: mentre il mercato americano ha accelerato rapidamente sugli investimenti AI-driven, l’Europa ha probabilmente privilegiato una fase di pianificazione più articolata, integrando fin dall’inizio requisiti normativi, vincoli energetici e obiettivi di sostenibilità.
Investire nell’infrastruttura DC come asset strategici
L’analisi si rivolge infine direttamente ai decisori aziendali e tocca la filosofia stessa dell’investimento infrastrutturale. Mozzato osserva che troppo spesso l’“acquisto dell’infrastruttura viene trattato come un evento puntuale” — trovare il prodotto più scontato, chiudere l’ordine, passare oltre — quando in realtà il momento dell’acquisto è “semplicemente uno su una serie di anni a seguire poi di operatività”. Un data center è un investimento che dura quindici-venti anni e che deve essere progettato per accogliere più generazioni di GPU e di infrastruttura IT senza richiedere ristrutturazioni radicali. Allo stesso tempo la crescente complessità dell’infrastruttura — liquid cooling, distribuzione in corrente continua ad alta tensione, reti di fluidi, digital twins, manutenzione predittiva — rende indispensabile un partner con capacità consulenziale e visione di lungo periodo. “L’invito è quello di fare affidamento su chi è in grado di collaborare alla definizione di un progetto basato su elementi non solo importanti per l’acquisto, ma importanti per la vita dell’infrastruttura”, conclude Mozzato. Vertiv, in questa prospettiva, si propone non soltanto come fornitore di prodotto ma come abilitatore di visione: un “partner capace di accompagnare il cliente dalla progettazione al service, dalla scelta tecnologica alla manutenzione predittiva, dalla singola installazione all’evoluzione dell’intero ecosistema”. Il mercato dei data center è vasto e offre spazio a molti operatori, riconosce Mozzato, “ma la differenza competitiva si gioca sempre più sulla capacità di offrire un sistema — non un componente — e una roadmap che guardi oltre la necessità del momento presente”.
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