Amazon non vuole “vendere” i chip di cui non ha più bisogno: sta cercando il modo di continuare a usarli senza possederli. È questa la sostanza dell’operazione che il gruppo di Seattle sta discutendo con alcuni investitori. Il progetto prevede di trasferire circa 8 miliardi di dollari di processori Grace Blackwell di Nvidia a una società veicolo (special purpose vehicle, Spv – entità giuridiche indipendenti di solito generate proprio per gestire una specifica operazione finanziaria o un singolo progetto) costituita appositamente, che li acquisterebbe finanziandosi sul mercato e li concederebbe poi in locazione alla stessa Amazon. È una tipica operazione sale and leaseback, formula consolidata nel trasporto aereo e nel real estate, applicato qui all’hardware per l’AI.
L’operazione riguarderebbe diverse migliaia di chip, già installati o in corso di installazione in più di una dozzina di data center. La società veicolo raccoglierebbe le risorse soprattutto emettendo obbligazioni, mentre agli investitori verrebbe offerta anche una quota di capitale fino al 10%. L’elemento che rende la struttura appetibile è il merito di credito. Gli investitori si attendono che il debito della società veicolo ottenga un rating investment grade appoggiandosi alla doppia A di Amazon, requisito che apre la porta a compagnie assicurative e fondi pensione, cioè ai capitali più prudenti e meno onerosi. Il debito, in altre parole, verrebbe valutato sulla solidità del locatario più che sul valore del silicio che lo garantisce.
Il perché dell’operazione
Il contesto spiega i tempi di questa valutazione. Con i conti del secondo trimestre, presentati il 30 luglio, Amazon ha portato a circa 220 miliardi di dollari la previsione di investimenti in conto capitale per il 2026, dai 200 indicati in precedenza, attribuendo l’aumento soprattutto al rincaro delle memorie.

Aws è cresciuta del 37%, per 42,2 miliardi di ricavi trimestrali, ma il free cash flow degli ultimi dodici mesi è diventato negativo per 7,6 miliardi, a fronte di un saldo positivo di 18,2 miliardi un anno prima. Il Ceo Andy Jassy lega in particolare la crescita della spesa a una dinamica che ritiene destinata a proseguire anche nel 2027: “Anche con quell’importo, non avremo comunque capacità sufficiente per soddisfare tutta la domanda di calcolo che registriamo nel 2026” (fonte: Reuters, luglio 2026).
Trasformare i costi, non eliminarli
La logica è abbastanza semplice. Amazon incasserebbe subito il valore dei chip e potrebbe reinvestirlo in nuova capacità, sostituendo la spesa con canoni distribuiti nel tempo un esborso iniziale che pesa sul free cash flow e si traduce in ammortamenti pluriennali. Più che liberarsi di costi fissi, la società li trasformerebbe: l’affitto resta un impegno contrattuale, ma il debito contratto per acquistare l’hardware rimarrebbe in capo alla società veicolo senza sommarsi a quello del gruppo, che iscriverebbe soltanto gli obblighi di locazione. C’è poi un secondo beneficio, meno visibile. Insieme alla proprietà, alla società veicolo passerebbe il rischio sul valore residuo dei chip a fine contratto. Il costo dei server arriva a pareggio in meno di tre anni su contratti di durata pari o superiore a cinque. Se i canoni fossero calibrati su un orizzonte simile, Amazon conserverebbe il margine generato dall’utilizzo e lascerebbe ad altri l’incognita su quanto varranno quei processori quando Nvidia avrà diffuso la generazione successiva, Vera Rubin. E su questo punto sorgono alcune perplessità
Cosa dicono gli analisti
Mark Malek, chief investment officer di Siebert Financial, riconosce che il sale and leaseback è uno strumento legittimo e diffuso, ma osserva anche che aerei ed edifici (ambiti in cui questo sistema viene normalmente utilizzato) restano utilizzabili per decenni, mentre un acceleratore AI può continuare a funzionare e perdere al tempo stesso convenienza economica rispetto ai modelli più recenti.

L’analista ricorda inoltre che nel gennaio 2025 la stessa Amazon aveva ridotto da sei a cinque anni la vita utile di una parte dei propri server citando il ritmo dell’innovazione nell’AI. Per Malek la capacità di Amazon di pagare i canoni è fuori discussione; il nodo è il valore dei chip alla scadenza, un’esposizione che potrebbe finire nei portafogli di assicurazioni, fondi pensione e private credit. Il tema è chiaro: su chi ricade il rischio?
La questione richiama ovviamente anche l’attenzione delle agenzie di rating. Nel corso dell’anno Moody’s Ratings, per esempio, ha più volte segnalato come la corsa agli investimenti nell’AI stia erodendo il flusso di cassa libero dei grandi hyperscaler statunitensi, spingendoli a ricorrere in misura crescente a debito, emissioni azionarie e strutture fuori bilancio, con possibili ripercussioni sulla qualità del credito. Nel mirino ci sono in particolare gli impegni pluriennali per la locazione di data center: valgono centinaia di miliardi di dollari e non figurano ancora tra le passività, ma sono destinati a pesare sui flussi di cassa futuri. Da qui la possibilità di leggere nel finanziamento esterno, nel leasing e nelle joint venture fuori bilancio le leve destinate a crescere. Un esempio sugli altri, nel passato: nell’ottobre 2025 Meta aveva conferito il campus Hyperion, in Louisiana, a una joint venture controllata all’80% da Blue Owl, che ha raccolto 27,3 miliardi di dollari di debito. Ma un edificio, come già detto, non invecchia alla velocità di una Gpu. Stiamo probabilmente entrando nell’era AI dell’ingegneria finanziaria necessaria per sostenerla.
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