Nel dibattito che ha animato la tre giorni del 52esimo Forum Teha di Cernobbio (4-6 settembre 2026), la capacità italiana di attrarre, realizzare e scalare investimenti high-tech è stata oggetto di uno studio condotto da Teha in collaborazione con Amazon e Aws. 

La tesi esposta, davanti a politici locali e internazionali, scienziati e imprenditori: i paesi che hanno capacità di attrarre investimenti high-tech aiutano imprese, Pmi e startup ad accedere a tecnologie, infrastrutture e servizi avanzati aumentando la loro capacità di innovare e competere sui mercati globali, senza che queste realtà debbano sostenere autonomamente ingenti investimenti iniziali. “L’Europa ha già dimostrato in passato di poter generare innovazione di livello mondiale, ma la vera sfida oggi è fare crescere le idee” sintetizza Valerio De Molli, managing partner e Ceo di Teha Group. 

Bene, ma l’Italia in questo quadro a che punto è?

Ricerca Teha, Amazon, Aws in sintesi

Secondo i dati, gli investimenti italiani nei settori ad alta intensità tecnologica, in rapporto al Pil, sono del 32% più bassi della media europea. Pesano l’1,3% in Italia contro 1,9% in media nell’Unione.

Solo il 7,9% delle imprese italiane ha un livello di intensità digitale molto elevato, rispetto al 10,1% europeo e, se guardiamo all’adozione dell’intelligenza artificiale, questa è associata ad un incremento della produttività del lavoro di circa il 4%.
Un dato molto “piccolo” rispetto all’andamento dell’aumento della produttività nell’area Ocse dove, tra il 2006 e il 2016, i settori a maggiore intensità digitale hanno generato circa il 40% dei nuovi posti di lavoro.

Il divario è ancora più marcato tra grandi e piccole aziende. Nel 2025, l’82% grandi imprese italiane ha mostrato un’intensità digitale alta o molto alta, contro il 61% delle medie imprese e soltanto il 34% delle piccole realtà.
Su queste serve lavorare perché nell’Unione europea ci sono 34 milioni di Pmi, pari al 99,8% di tutte le imprese europee, che impiegano 106 milioni di persone (il 64% della forza lavoro europea) e generano oltre 5,8 trilioni di euro di valore aggiunto (cioè il 52% del fatturato totale generato da aziende manifatturiere e servizi). 
“Le Pmi sono spesso citate come un elemento di debolezza dell’Ue, una zavorraspiega De Molli -. In realtà, rappresentano uno straordinario patrimonio produttivo e di conoscenze che garantisce flessibilità e resilienza alle catene industriali del valore europee. E’ la linfa vitale di filiere guidate da grandi imprese che consentono di rispondere rapidamente alle sfide emergenti. Queste qualità, per tradursi in competitività duratura, devono essere accompagnate da percorsi di crescita dimensionale e aggregazione. Crescere senza perdere il dinamismo sarà fondamentale” .

Tre ambiti di intervento 

Per fare crescere le Pmi in Italia la ricerca suggerisce tre condizioni: creare un sistema energetico competitivo e affidabile (2), garantire una maggiore capacità amministrativa e regolatoria (2), lavorare affinché ci sia la disponibilità di competenze tecniche e scientifiche (3).

1 – Se si guarda al sistema energetico, si constata che il 74% dell’energia disponibile in Italia proviene dall’estero (dato 2024), contro il 57% della media UE.
Un disequilibrio che espone maggiormente le imprese alla volatilità dei mercati internazionali e a un costo dell’energia fino al 30% in più della media europea.  “Lo scenario internazionale continua a essere condizionato da elevate tensioni geopolitiche e dall’incertezza legata alla crisi nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali per il transito dell’energia – si legge nel documento Teha che riporta gli indicatori economici -. Per le imprese, questo significa operare in un contesto nel quale prezzi energetici, catene di approvvigionamento e domanda internazionale possono modificarsi rapidamente, rendendo più complessa la programmazione di investimenti e strategie di medio periodo. In questo quadro, l’economia italiana conferma comunque segnali di tenuta. Nel secondo trimestre 2026 il Pil è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1,0% su base annua, portando la crescita acquisita per il 2026 allo 0,8%”.

La strada delle energie rinnovabili ad oggi è soggetta a procedure autorizzative lunghe e poco prevedibili (in media in Italia, per un permesso fotovoltaico, occorre un anno e mezzo in più rispetto alla Germania) senza termini perentori, meccanismi di silenzio-assenso qualificato, incentivi mirati allo sviluppo.

2 – Ma l’aspetto regolatorio è di portata più ampia. Oggi in Italia abbiamo circa 23 volte più leggi della Francia e 1 legge su 5, approvata nelle ultime legislature, è rimasta inattuata in attesa dei decreti attuativi. Questa inadempienza blocca circa 3 miliardi di euro di risorse pubbliche.
Se si portasse l’Institutional Delivery Index italiano a livello di quello danese, la quota di investimenti high-tech salirebbe di 0,92 punti percentuali e potrebbe valere fino a 27 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno, pari a circa 1,23 punti percentuali di Pil.
Le complicazioni. “Fare l’imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi –  sostiene Alec Ross, distinguished adjunct professor della Bologna Business School, esperto di innovazione e politiche tecnologiche  – e con ogni nuova regolamentazione c’è un nuovo sasso nello zaino. Non significa che non servano regole. Significa che le regole devono essere chiare, coerenti, prevedibili e applicabili. Il problema, quindi, non è una mancanza di capacità. È che troppo spesso costringiamo imprese e investitori a spendere tempo ed energia per attraversare il sistema invece che per costruire, innovare e crescere. Dobbiamo cominciare a togliere sassi dallo zaino perché oggi la velocità con cui un Paese riesce a decidere e ad agire è parte della sua competitività”.

Non è facile destreggiarsi anche tra la normative che regolano le tecnologie emergenti, che crescono a velocità pazza: il 68% delle imprese europee dichiara di non comprendere pienamente i propri obblighi rispetto all’AI Act e le aziende che percepiscono una maggiore incertezza regolatoria prevedono investimenti in intelligenza artificiale inferiori del 28% nei prossimi dodici mesi. 
Il suggerimento per favorire grandi investimenti high-tech è introdurre un percorso autorizzativo unico, con un interlocutore governativo responsabile del coordinamento tra urbanistica, ambiente, energia, fiscalità e lavoro, con procedure uniformi sull’intero territorio nazionale.

3 – Infine, serve lavorare sulle competenze tecniche, scientifiche e sul sistema formativo italiano per far sì che la trasformazione tecnologica risponda ai fabbisogni delle imprese.

Rimane alto il gap tra numero di laureati (in Italia il 40% in meno della media europea) e numero di diplomati Its rispetto alle competenze richieste dal mercato: il 57,3% delle posizioni risulta difficile da reperire e 3 aziende su 5 non trovano i profili richiesti.
Commenta De Molli: “La semplificazione normativa deve procedere insieme a una maggiore stabilità del quadro regolatorio, accelerando l’adozione dei decreti attuativi, riducendo la stratificazione delle norme e prevenendo forme di gold plating nazionale. Allo stesso tempo, è necessario rafforzare Its Academy, percorsi stem, reskilling e upskilling nelle competenze digitali avanzate, attraverso partnership strutturate tra sistema educativo, università e imprese. Per favorire una diffusione più ampia delle tecnologie, in particolare tra le Pmi, la ricerca indica infine l’opportunità di introdurre incentivi mirati all’adozione di intelligenza artificiale e cloud e di rafforzare l’ecosistema delle startup, attraverso venture capital, trasferimento tecnologico e procedure più rapide per l’attrazione dei talenti internazionali”.

Europe Valley

Nel keynote di apertura, De Molli ricorda i primati europei in tema di innovazione: “Commettiamo spesso l’errore di considerare la sola Silicon Valley quale area in grado di generare innovazione, ma l’Europa è stata ed è protagonista di alcune delle innovazioni più importanti degli ultimi decenni. L’Europa ha già dimostrato in passato di poter generare innovazione di livello mondiale, ma la vera sfida oggi è trasformare queste eccellenze in campioni globali, facendo crescere le idee”.

Cita De Molli: “L’Europa detiene il 40% dei brevetti delle tecnologie legate all’acqua, il 59% dei brevetti nella componentistica per macchinari, il 56% nella componentistica per auto e treni, il 54% nei motori e turbine e nei processi termici, il 53% nelle tecnologie per la decarbonizzazione, il 48% nell’arredamento e il 42% nelle tecnologie mediche e nelle scienze della vita”.

Al Cern è stato scoperto il bosone di Higgs, l’ultimo tassello mancante della teoria che descrive le particelle e le forze dell’universo, ed è lì che è nato il World Wide Web, su iniziativa di Tim Berners-Lee. In Francia, il comitato Ue Groupe Spécial Mobile ha sviluppato lo standard Gsm, che ha reso possibile la telefonia mobile digitale e il roaming internazionale su scala globale. In Svezia, Ericsson ha sviluppato il bluetooth, nel Regno Unito, sono nati i microprocessori Arm, oggi anima di smartphone, tablet e dispositivi Iot; in Belgio, Asml ha progettato semiconduttori e chip avanzati. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi l'articolo: