Proteggere il mare significa, prima di tutto, osservarlo: capire cosa accade sotto la superficie, e saperlo mentre accade. È un’osservazione che solitamente è stato possibile fino ad oggi solo a intervalli periodici. Il progetto Aspim, omonimo delle Aree Specialmente Protette di Importanza Mediterranea, sembra invece aver cambiato le regole del gioco. E’ infatti questo il nome dell’infrastruttura digitale che collega undici aree marine protette italiane, dalla Sardegna alla Liguria, dalla Sicilia fino all’Adriatico, in un unico sistema di monitoraggio capace di seguirne gli ecosistemi quasi in tempo reale. Il vero beneficiario è quindi il mare. A realizzarla è Ett, società del gruppo Deda, all’interno del programma DigitAP (Pnrr), voluto dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) e assistito sul piano tecnico da Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Il tratto distintivo è proprio dato dall’elemento digitale per una sorveglianza costante degli ecosistemi sommersi, là dove prima ci si spingeva soltanto con rilievi sporadici. Un cambio di passo che riguarda tanto la conoscenza del mare quanto il modo di raccoglierne e condividerne i dati. Entriamo nei dettagli.
Il contesto
Il mare cambia in fretta. Il brusco riscaldarsi delle acque, la loro acidificazione, gli squilibri chimici che anticipano lo spostamento delle specie più sensibili sono fenomeni che una misurazione compiuta una volta l’anno rischia di intercettare troppo tardi, a danno ormai avvenuto. Eppure il monitoraggio ambientale marino ha funzionato a lungo esattamente così, grazie a fotografie isolate di un ambiente che, nel frattempo, non smette di trasformarsi. Le undici Aree Specialmente Protette di Importanza Mediterranea (Aspim) del nostro Paese – da Portofino alle Isole Egadi, da Miramare a Tavolara, da Porto Cesareo a Capo Carbonara – custodiscono alcuni fra gli ecosistemi più preziosi del Mediterraneo; ma sorvegliarli in modo discontinuo vuol dire lasciare in ombra proprio i segnali che più contano. Ora queste aree smettono di essere osservate ciascuna per conto proprio e vengono ricondotte a un solo sistema: è il salto che Aspim prova a compiere, sostituendo a una costellazione di rilievi separati una lettura d’insieme, omogenea e ripetuta nel tempo.
Il bisogno
Il bisogno, allora, è proprio passare dall’istantanea al flusso. Per separare le normali oscillazioni stagionali dalle trasformazioni durature legate al riscaldamento del pianeta non bastano scatti isolati: servono serie storiche che non si interrompano.

È il punto su cui insiste Sante Francesco Rende, primo ricercatore dell’Ispra e referente tecnico per la misura DigitAP del Pnrr, quella dedicata a digitalizzare parchi nazionali e aree marine protette. Poter contare su sensori attivi “24 ore su 24″ nelle aree protette, spiega, consente di cogliere segnali che un tempo restavano invisibili nell’intervallo tra una campagna e la successiva. Temperatura, salinità e correnti “cambiano più velocemente di quanto la ricerca scientifica tradizionale riesca a documentare” con i soli rilievi saltuari; solo una registrazione costante permette di individuare in anticipo i fenomeni critici e di agire prima che il danno diventi irreversibile. La posta in gioco, in una parola, è la tempestività. Non si tratta soltanto di misurare di più, ma di misurare senza interruzioni: è il flusso, più del singolo valore, a rendere leggibile la direzione del cambiamento.
Il metodo
Il modo in cui si è proceduto riflette la delicatezza del contesto. Il sistema è stato ideato insieme alle aree marine protette, per renderlo compatibile con gli ecosistemi locali e contenere il più possibile l’impatto sugli habitat: una scelta di metodo, prima ancora che di tecnica. La co-progettazione con gli enti gestori non è un passaggio procedurale: è ciò che ha consentito di calibrare posizione e caratteristiche degli strumenti sulle specificità di ogni sito, invece di calare dall’alto una soluzione uniforme. E la raccolta non si esaurisce nel dato grezzo. Prima di essere pubblicata, ogni rilevazione attraversa procedure severe di controllo qualità e di validazione scientifica, in modo che ciò che entra nel sistema sia solido e confrontabile nel tempo. L’intero impianto, poi, è disegnato secondo criteri di modularità e interoperabilità. È una scelta che guarda oltre gli undici siti di partenza: la stessa architettura può essere replicata altrove, offrendo un modello per standardizzare il monitoraggio marino su scala nazionale. Ed è pensata perché i dati non restino chiusi in un archivio locale, ma dialoghino con l’esterno, integrandosi con fonti satellitari e modelli europei e, a loro volta, mettendosi a disposizione di un’infrastruttura continentale. Il metodo, insomma, conta quanto gli strumenti: senza uniformità e apertura, milioni di misure resterebbero un arcipelago di dati incomunicabili.
La soluzione
Sul terreno degli strumenti, l’osservazione poggia su boe galleggianti a energia solare, fissate con ormeggi a basso impatto, lungo cui si distribuiscono sensori che scendono nella colonna d’acqua fino a una quarantina di metri di profondità. A intervalli di mezz’ora gli strumenti misurano i parametri ambientali principali (dalla temperatura alla salinità, dall’ossigeno disciolto alla clorofilla) per un totale che sfiora i due milioni di rilevazioni l’anno. Una densità di osservazione che nessuna campagna tradizionale potrebbe eguagliare, e che restituisce il mare non più per singoli fotogrammi ma come sequenza ininterrotta.

Il vero baricentro, però, è digitale: la piattaforma Web realizzata da Ett, azienda genovese di innovazione tecnologica, nata nel 2000 e parte del gruppo Deda, dove i dati confluiscono e si fanno leggibili. L’interfaccia offre cruscotti interattivi, strumenti di analisi e confronto, viste cartografiche e rappresentazioni dei valori lungo tutta la colonna d’acqua. Le misure prese sul posto si intrecciano con dati satellitari e modelli europei come Copernicus Marine, la sezione marina del programma europeo Copernicus, e vengono poi federate in EmoDnet, il servizio comunitario che apre gratuitamente l’accesso ai dati del mare. La piattaforma, del resto, è costruita per essere accessibile e interoperabile: non un deposito da consultare a fatica, ma uno strumento pensato perché i dati vengano trovati, compresi e riutilizzati. Ma il digitale, qui, non si limita a osservare: la piattaforma permette di impostare allarmi su soglie definite dagli scienziati, che al superamento di un limite critico fanno scattare notifiche immediate. E con l’innesto di motori di intelligenza artificiale il sistema si sposta verso un modello predittivo, rivolto non solo a registrare ciò che avviene ma ad anticiparlo. “Aspim dimostra come l’innovazione digitale possa diventare uno strumento concreto al servizio della sostenibilità”, sintetizza Giuseppe Guerrisi, amministratore delegato di Ett.
I vantaggi
I benefici si misurano sul mare. Una registrazione senza interruzioni permette di riconoscere per tempo un’ondata di calore o uno squilibrio chimico, e trasforma la tutela da reazione tardiva in intervento tempestivo.

“Disporre di informazioni affidabili e aggiornate significa poter assumere decisioni più consapevoli”, conferma ancora Guerrisi: il dato diventa la base per agire, non soltanto per prendere atto. Ma i vantaggi sono anche operativi, e toccano da vicino gli enti che gestiscono le aree protette: avere dati costanti riduce il ricorso a campagne periodiche e a missioni in mare, con risparmi sui costi, minore impatto ambientale e un carico gestionale più leggero. Nel panorama nazionale un’osservazione così coordinata degli ecosistemi marini non ha precedenti, e colloca l’iniziativa tra le esperienze più avanzate dell’intero Mediterraneo. C’è infine un beneficio di sistema. Grazie alla struttura modulare, Aspim può allargarsi oltre gli undici siti iniziali e imporsi come riferimento per il monitoraggio marino nazionale, mentre l’orientamento predittivo, sostenuto dagli allarmi automatici e dall’intelligenza artificiale, sposta il baricentro dall’osservazione alla prevenzione. In una stagione in cui il mare muta più rapidamente della nostra capacità di guardarlo, l’infrastruttura digitale prova a colmare quel divario per un “racconto continuo”.
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