Il rapporto tra le persone e il proprio lavoro torna a migliorare dopo il calo netto registrato solo un anno fa, pur in un clima che resta di incertezza. A cambiare infatti è il modo di reagire: non si attende che il contesto si stabilizzi, piuttosto ci si attrezza per stare dietro al cambiamento. È la lettura che HP propone con la quarta edizione del Work Relationship Index, l’indagine annuale con cui misura come i lavoratori d’ufficio vivono la propria occupazione. L’edizione 2026 è la prima a comprendere anche l’Italia, che si colloca nella parte bassa della classifica sia per benessere sia per l’utilizzo dell’AI avanzata.

Come è costruito l’index

Lo studio, realizzato insieme a National Research Group, tra aprile e maggio 2026, si basa su un questionario online di circa 25 minuti compilato da circa 19.500 lavoratori desk-based in 15 Paesi, nove mercati sviluppati, Italia compresa, e sei emergenti, dall’India alla Cina. Il campione si divide in tre gruppi: circa 15.000 knowledge worker, circa mille per Paese, poco più di 3.000 IT decision maker e 1.500 business leader. Il cuore dell’index si trova in una semplice domanda: quanto si è “soddisfatti” del proprio rapporto con il lavoro, su una scala da uno a cinque. Solo chi sceglie il punteggio massimo rientra nella Healthy Zone; chi risponde quattro finisce nella Watch-Out Zone, tutti gli altri nella Critical Zone.

La soddisfazione convive con l’incertezza

I numeri del 2026 riportano il quadro ai livelli del 2024, prima del drastico crollo del 2025. I knowledge worker nella fascia sana passano dal 21% al 29%, mentre la Critical Zone scende al 35% e la Watch-Out Zone al 37%: sette lavoratori su dieci, quindi, restano ancora fuori dall’area di benessere. Il miglioramento riguarda tutti i profili, ma il divario tra chi decide e chi esegue non si chiude, con il 49% dei business leader e il 41% degli IT decision maker nella Healthy Zone. Tra le generazioni il punto più debole è la Gen X, ferma al 27%, che HP descrive come una generazione presa in mezzo: spinta ad adattarsi, ma con meno margini dei più giovani.

La percentuale di soddisfazione dei lavoratori suddivisa per profili e anno
La percentuale di soddisfazione dei lavoratori suddivisa per profili e anno (fonte: HP Work Relationship Index, 2026)

Il contesto resta instabile. L’86% dei knowledge worker ha attraversato cambiamenti organizzativi negli ultimi dodici mesi. Il risultato è una forma di prudenza diffusa che la ricerca chiama job hugging: due lavoratori su tre giudicano troppo rischioso cambiare impiego in questo momento. Molti però cercano altre forme di protezione. Il 36% ha avviato un’attività parallela che genera reddito, e arriva al 48% nella Gen Z, e il 59% preferisce costruire competenze spendibili in ruoli diversi piuttosto che salire i gradini di una carriera tradizionale.

E in Italia…

Nel primo anno di rilevazione il nostro Paese si ferma al 22% di knowledge worker in Healthy Zone, poco sotto la media dei mercati sviluppati e lontano dai Paesi emergenti, guidati dall’India al 46%. Il dato più di riscontro riguarda però l’AI: in Italia usa agenti AI il 32% dei lavoratori, la quota più bassa fra i 15 Paesi considerati, mentre il 47% si limita all’AI generativa. Il 60% ritiene troppo rischioso lasciare il proprio impiego e solo il 19% ha un’attività parallela, quota che sale al 31% tra i più giovani. “I dati mostrano una workforce che si trova ad affrontare una fase di profonda trasformazione, in uno scenario in cui l’incertezza rimane una costante”, commenta Giampiero Savorelli, VP e amministratore delegato di HP Italy, che indica nella formazione la leva su cui puntare: per il 54% dei knowledge worker italiani, ricorda, l’accesso all’upskilling aiuta ad affrontare il cambiamento.

I Paesi con le percentuali di soddisfazione nel rapporto con il lavoro
I Paesi nei mercati sviluppati con le relative percentuali di soddisfazione nel rapporto con il lavoro. Ma la stessa media nei mercati emergenti è del 29% (fonte: HP Work Relationship Index, 2026)

L’utilizzo dell’Agentic AI

A livello globale gli agenti AI sono già entrati nella routine di quasi metà dei lavoratori, il 47%, contro il 38% che usa soltanto l’AI generativa. Come nelle edizioni precedenti, i primi ad adottare risultano i ruoli tecnici e direttivi: 61% tra gli IT decision maker, 55% tra i business leader, 43% tra i knowledge worker. L’uso quotidiano sale dal 31% al 39% in un anno, ma con la familiarità cresce anche la percezione dei rischi. Tra chi usa agenti, il 47% teme che il proprio ruolo diventi più difficile da definire, contro il 39% di chi resta all’AI generativa; in Italia il divario è ancora più ampio, 48% contro 33%. C’è poi un problema di comunicazione. Il 63% degli IT decision maker e il 64% dei business leader ritiene che la propria azienda spieghi con chiarezza come l’AI cambierà i ruoli, ma tra i knowledge worker la quota si ferma al 44%. Tra chi definisce la strategia e chi ne vive gli effetti resta quindi una distanza, che la ricerca indica come terreno d’intervento per le imprese.

Fiducia e strumenti adeguati, leva per i vertici aziendali

Scomponendo i fattori che spiegano il punteggio, HP attribuisce il peso maggiore alla fiducia nell’organizzazione e nei suoi vertici, con il 32%, seguita dalla disponibilità di tecnologia adeguata (20%), dagli investimenti nello sviluppo delle persone (19%), dalla fiducia nelle proprie competenze per il futuro (16%) e dalla fiducia nell’AI (12%).

Giampiero Savorelli
Giampiero Savorelli, VP e amministratore delegato di HP Italy

Sul piano dei risultati, chi lavora in un’azienda che va molto bene ha circa sei volte più probabilità di stare nella Healthy Zone rispetto a chi lavora in un’impresa in difficoltà, 55% contro 8%. È una correlazione, che HP usa come argomento per investire sulle leve controllabili dal management. Sul fronte tecnologico, il fattore che i knowledge worker considerano più utile per lavorare al meglio resta il più concreto: dispositivi più veloci e affidabili, citati dal 51% a livello globale e dal 46% in Italia. Otto IT decision maker su dieci conoscono le soluzioni di digital employee experience, ma appena uno su dieci le adotta. “Il Cio e i team IT assumono un ruolo sempre più strategico, creando ambienti di lavoro in cui AI, dispositivi affidabili e strumenti integrati possano ridurre le frizioni e aiutare le persone a lavorare al meglio”, osserva Savorelli.

Il quadro che emerge non è quindi quello di un ritorno alla normalità, ma di un adattamento in corso. Le organizzazioni che ne escono meglio, secondo il Work Relationship Index, non sono quelle esposte a meno scosse, ma quelle che mettono le persone nelle condizioni di gestirle: comunicazione credibile dei vertici, percorsi di formazione, strumenti che non aggiungono attrito. Per l’Italia, entrata quest’anno nel confronto, la distanza sull’adozione degli agenti AI indica dove si concentra il lavoro da fare.

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