Cloud pubblico, cloud privato, cloud ibrido, multicloud. Quale azienda italiana non ha adottato in questi anni una strategia cloud per qualche attività del proprio business?
Vuoi in ambito software, passando dall’acquisto di licenze per ogni pc a un modello a subscription, flessibile, in ottica di disporre di applicazioni sempre aggiornate e sicure, grazie a una centralizzazione dei sistemi di protezione e difesa. Vuoi in ambito hardware, delegando a provider infrastrutturali la gestione della propria rete, dai server allo storage, con attenzione alla capacità computazionale, alla latenza, al tema della sovranità dei dati. Delegando, appunto.
Un tema che riguarda molti.
La maggior parte di noi utilizza il cloud nella propria quotidianità lavorativa per gestire applicazioni, quantità enormi di dati (legati anche allo sviluppo dell’AI), task critici o complessi (come la migrazione e il consolidamento infrastrutturale a valle di accorpamenti o acquisizioni), carichi di lavoro inattesi in caso di picchi delle attività aziendali… abbattendo i costi fissi tipici di un approccio on premise e privilegiando i costi variabili di un approccio as a service.
Ma le aziende sono consapevoli che l’utilizzo del modello cloud richieda una analisi attenta ogni volta, un bilanciamento tra approcci diversi perché, si sa, anche il cloud costa (non sempre meno delle soluzioni on-premise) ma rimane a tutt’oggi uno dei driver della spesa Ict nel mercato italiano (fonte, Rapporto Digitale in Italia 2024, Anitec Assinform).
Le dinamiche in campo sono molteplici. Interessante vedere come le aziende abbiano sviluppato in questi anni una forte sensibilità nel gestire contratti legati all’acquisto di licenze e al coinvolgimento di system integrator (mentre ancora meno mature sono le relazioni contrattuali con i cloud provider), e come abbiano manifestato un forte interesse nei confronti del multicloud, per ridurre da una parte il rischio di lock-in dall’altro per gestire meglio lo spostamento dei servizi da un cloud provider all’altro.
Ma come valutare l’evoluzione dei modelli as-a-service in una eterogeneità di scelte architetturali disponibili?
Con l’intento di rispondere a questa complessità, Inno3 ha deciso di lanciare InnoCloud, una nuova rubrica di approfondimento dedicata al cloud computing che va ad affiancare i due progetti verticali già esistenti: InnoGreen, nato nel 2023 dedicato al tema della sostenibilità, e InnoSecurity, lanciato nel 2024 focalizzato sul grande tema della cybersecurity.
La nuova iniziativa InnoCloud – che in fase di lancio ha Aruba Cloud come partner – sarà popolata da analisi di mercato, interviste, accordi, partnership, approfondimenti normativi (non mancherà l’attenzione al tema della protezione dei dati o del Cloud Act) ma anche da casi reali di aziende che grazie al cloud hanno trasformato il proprio business.
Perché crediamo in questo progetto?
Due dati di contesto dal Rapporto Digitale in Italia 2024 di Anitec Assinform ci aiutano a capire: i servizi di cloud computing sono cresciuti complessivamente del 18,8% lo scorso anno e gli investimenti si sono polarizzati sui servizi di cloud pubblico e cloud ibrido che detengono complessivamente il 77,5% del mercato (con tassi di incremento rispettivamente di 24,3% e 19,3%). Se si considera la spesa sostenuta per la realizzazione di architetture di cloud pubblico, cloud ibrido e virtual cloud privato, gli investimenti sono riconducibili a servizi IaaS per il 51%, SaaS per il 42% e PaaS per il 7%.
Oggi il 44,8% delle aziende ha oltre il 50% del propri workload in cloud (erano il 33,3% nel 2022). Allo stesso tempo, sono diminuite le imprese che hanno in cloud meno del 50% del workload (54,1% contro il 64,5% del 2022).
Quando scrivevo poco fa “il cloud, un tema che riguarda molti” non andavo lontano.
Buona lettura su InnoCloud!
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