Mentre il Pnrr si avvicina alla sua scadenza naturale (metà 2026) — arriva il primo tentativo sistematico di misurarne l’impatto in chiave di sviluppo sostenibile. Non in termini di spesa rendicontata o di milestone raggiunte, ma di distanza colmata rispetto agli obiettivi quantitativi fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. A farlo è l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), con il supporto scientifico della Fondazione Enel e di Unioncamere, in un rapporto che inaugura un approccio metodologico inedito per l’Italia: connettere le singole misure del Piano a obiettivi misurabili, stimare quanto ciascuna ha contribuito ad avvicinarsi a quei target e calcolare quanto investimento residuo servirà nel periodo 2027-2030 per arrivarci davvero. Il risultato è un documento che va oltre la cronaca di quello che il Pnrr ha (o non ha) fatto, e vale come proposta di un nuovo modo di programmare e valutare le politiche pubbliche. Un modello che, se adottato stabilmente, potrebbe trasformare il modo in cui l’Italia e l’Europa sviluppano le strategie di investimento.

Metodologia, un modello in tre fasi

La metodologia sviluppata da Asvis si articola in tre passaggi distinti. Nel primo, si fotografa la situazione di partenza: per ciascuna delle 21 regioni e province autonome italiane vengono calcolati indici compositi rispetto ai 17 Sustainable Development Goals (Sdg), costruiti su 97 indicatori statistici elementari a livello regionale e 44 a livello provinciale, basati sui dati Istat aggiornati al 2024. Ricordiamo che l’Italia ha 20 regioni, con la regione Trentino-Alto Adige che è amministrativamente divisa in due province autonome — Bolzano e Trento — che hanno uno statuto di autonomia equiparato a quello regionale. Il rapporto Asvis le tratta come unità separate a tutti gli effetti, arrivando così a 21 territori analizzati. Nel secondo passaggio, ogni misura — o sub-misura — del Pnrr viene ricondotta ai Goal dell’Agenda 2030 più pertinenti, utilizzando la piattaforma Italia Domani della Ragioneria Generale dello Stato e i dati del sistema Regis (aggiornati a giugno 2025). Questo consente di stimare non solo quante risorse vanno a ciascun Sdg, ma quale obiettivo quantitativo ciascuna misura contribuisce a raggiungere.

Nel terzo passaggio — il più innovativo — si stima l’impatto delle misure sugli obiettivi quantitativi al 2030, applicando il cosiddetto “metodo delle frecce” di Eurostat: uno strumento che misura la direzione e l’intensità con cui un indicatore si sta muovendo rispetto al target fissato. Il risultato finale è una stima della “distanza residua” dopo il Pnrr, ovvero quanto ancora manca agli obiettivi e quanto costerebbe colmare quel gap. I dati utilizzati sono basati su costi standard ricavati dagli stessi progetti Pnrr: un approccio che rende le stime realistiche e replicabili, anche se — come gli autori ricordano — con margini di incertezza che richiedono analisi più granulari a livello di singolo territorio.

Spesa per gli Sdg, risorse distribuite in modo disuguale

La prima evidenza che emerge dalla riclassificazione degli investimenti Pnrr per obiettivi è l’estrema disomogeneità della distribuzione delle risorse. Tre Sdg assorbono da soli quasi il 60% dei fondi allocabili regionalmente: l’energia pulita e accessibile (Sdg 7) con circa 28 miliardi di euro, pari al 25% del totale; l’innovazione, le infrastrutture e il sistema produttivo (Sdg 9) con 22 miliardi (20%); le città sostenibili (Sdg 11) con 15,5 miliardi (14%). A seguire, la salute (Sdg 3) e l’istruzione (Sdg 4) assorbono ciascuno circa l’11% dei fondi.

Ammontare degli investimenti per Goal dell’Agenda 2030
Ammontare degli investimenti per Goal dell’Agenda 2030 (fonte: L’impatto del Pnrr sullo Sviluppo Sostenibile dell’Italia e dei suoi territori, Asvis, 2026)

All’altro estremo, sei obiettivi sono quasi completamente ignorati: parità di genere (Sdg 5), riduzione delle disuguaglianze (Sdg 10), alimentazione sostenibile (Sdg 2), vita sott’acqua (Sdg 14), vita sulla terra (Sdg 15) e partnership per gli obiettivi (Sdg 17) ricevono risorse trascurabili o nulle. È una scelta che riflette il disegno originale del Piano — centrato sulla transizione ecologica e digitale — ma che lascia scoperte alcune delle dimensioni più critiche per la coesione sociale del Paese.
In termini di spesa pro capite, le variazioni tra regioni sono significative e spesso sorprendenti. Per l’Sdg 9 (innovazione e infrastrutture), la Liguria riceve 1.255 euro pro capite contro appena 1 euro della Valle d’Aosta — una differenza di oltre 1.200 euro spiegata in larga parte dagli ingenti investimenti ferroviari liguri (Nodo di Genova, Terzo Valico). Al contrario, gli obiettivi legati alla salute (Sdg 3), al lavoro (Sdg 8) e all’economia circolare (Sdg 12) mostrano una distribuzione molto più uniforme tra i territori, coerentemente con la natura universale degli interventi.
Una dinamica rilevante riguarda il rapporto tra Nord e Mezzogiorno: mentre le regioni del Nord ricevono meno risorse pro capite per gli obiettivi sociali come la lotta alla povertà, la salute e l’istruzione, nel Mezzogiorno si osserva la situazione opposta proprio per Sdg 3 e Sdg 4 — una scelta coerente con l’obiettivo di ridurre i divari territoriali. Tuttavia, per la lotta alla povertà (Sdg 1), l’energia (Sdg 7) e l’innovazione (Sdg 9), i valori pro capite del Mezzogiorno restano mediamente inferiori alla media nazionale. Un paradosso che merita attenzione.

Importo, per Goal, delle misure del PNRR analizzate (euro pro-capite)
Importo, per Goal, delle misure del Pnrr analizzate (euro pro-capite – fonte: L’impatto del Pnrr sullo Sviluppo Sostenibile dell’Italia e dei suoi territori, Asvis, 2026)

Pnrr, il contributo agli obietti: molto ma non abbastanza

Il cuore del rapporto è l’analisi dell’impatto delle misure Pnrr sugli undici obiettivi quantitativi per i quali è stato possibile costruire una stima affidabile. Il quadro nazionale mostra che, in media, il Piano copre il 39% della distanza che separava l’Italia da quei target nel 2021. Una performance significativa, ma quasi simmetrica: la distanza residua media resta anch’essa intorno al 39%, e colmarla richiederà un investimento aggiuntivo stimato in circa 20 miliardi di euro nel periodo 2027-2030.

Alcuni casi concreti, quasi a ruota libera, aiutano a rendere tangibile questa fotografia. Per gli ospedali di comunità — uno per ogni 100mila abitanti è l’obiettivo indicato da Agenas — la situazione pre-Pnrr era già molto eterogenea: Veneto, Marche e Molise partivano avvantaggiati, mentre la maggior parte delle regioni non aveva alcuna struttura. Con il Piano, la situazione migliora sensibilmente, ma in 14 regioni su 21 resta ancora da realizzare oltre il 50% del fabbisogno. Valle d’Aosta, Province Autonome di Trento e Bolzano, Umbria e Lazio raggiungeranno con il Pnrr solo il 20% circa del target: per colmare il gap nazionale servono ulteriori 2,2 miliardi di euro.
Per l’assistenza domiciliare agli over 65 (obiettivo: coprire il 10% della popolazione oltre i 65 anni entro il 2026), il Pnrr si rivela più efficace: sette regioni raggiungono o superano l’obiettivo grazie agli investimenti attivati, mentre per la maggior parte dei restanti territori la distanza residua è contenuta sotto il 15%. Diverso il discorso per gli alloggi universitari: la dotazione nazionale del 2021 era pari a circa il 2,2% degli studenti, lontanissima dalla media UE del 18%. Nonostante il contributo del Piano, nessuna regione — eccetto Friuli Venezia Giulia, Marche e Sicilia — supera il 60% dell’obiettivo. Per gli autobus a zero emissioni, la situazione è ancora più critica: nessuna regione, tranne Campania, Sicilia e Bolzano, raggiunge il 50% del target.

Le geografie del Pnrr

Aggregando i dati per tutte e undici le misure con obiettivo quantitativo, emerge un quadro che racconta la geografia della performance: sull’asse del contributo medio del Pnrr all’avanzamento verso i target, e della distanza residua media ancora da percorrere. Le regioni che hanno beneficiato di più — in termini di avanzamento verso gli obiettivi — sono Abruzzo, Marche e Basilicata. All’estremo opposto si collocano le Province Autonome di Bolzano e Trento, la Liguria e l’Umbria. Interessante notare che la distribuzione non segue la classica divisione Nord-Sud: tra le regioni con il miglior rapporto tra contributo del Pnrr e distanza residua si trovano sia territori del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Calabria), sia del Centro (Marche) e del Nord (Piemonte, Veneto). Il Piano, almeno su questa dimensione, ha avuto effetti trasversali.

Una lezione per il futuro della programmazione pubblica

Al di là dei numeri, il rapporto Asvis lancia un messaggio di sistema: il modello sviluppato è replicabile per qualsiasi politica pubblica che definisca target quantitativi, scadenze e risorse. E lo sarà: nel 2026 verrà applicato anche all’ultima rimodulazione del Pnrr e alla riprogrammazione dei fondi di coesione europea 2021-2027, offrendo per la prima volta un quadro integrato degli investimenti pubblici realizzati nel quinquennio 2021-2026 in Italia. L’orizzonte più ampio è la nuova programmazione europea 2028-2034, attualmente in discussione a Bruxelles. Se le istituzioni europee, nazionali e regionali adottassero questo approccio — collegando sistematicamente ogni misura a obiettivi misurabili dell’Agenda 2030 — il ciclo di policy-making ne uscirebbe trasformato: più trasparente, più valutabile, più responsabile verso i cittadini e le comunità locali. I 20 miliardi di euro stimati come fabbisogno residuo per gli obiettivi già previsti dal Pnrr non sono un numero insormontabile: corrispondono a circa il 14% degli investimenti complessivi del Piano, da distribuire in quattro anni. La condizione è che il Piano Strutturale di Bilancio — da aggiornare nel 2027 secondo le regole macroeconomiche europee — incorpori questa previsione di spesa. Una finestra stretta, ma ancora aperta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi l'articolo: