Il cloud e la gestione integrata della cybersecurity, l’AI che fa leva sulla data analytics per ottimizzare i processi, il digital twin… E come filo rosso comune la governance dei dati e le competenze: tecnologie e temi squisitamente “digitali” che anche nell’ambito della sanità rappresentano carte da giocare in modo intelligente perché la trasformazione sia efficace. La seconda giornata di lavori in occasione di Digital Health Conference 2025 entra così nel vivo delle esperienze sul campo degli attori della sanità e della ricerca sul territorio tenendo come barra a dritta il valore dell’integrazione tecnologica che fa leva sull’interoperabilità, l’attenzione per la sicurezza e la valorizzazione delle competenze.
E’ Giulio Siccardi, direttore Uoc Sistemi Informativi, Patrimonio, Gestione della Logistica e Provveditorato e direttore dipartimento Area Amministrativa, Agenas, ad inquadrare lo scenario di riferimento.
L’interoperabilità per superare la frammentazione, in sicurezza
Nel suo intervento, Siccardi delinea con chiarezza il percorso verso un Servizio Sanitario Nazionale connesso e interoperabile, in cui la tecnologia diventa elemento di equità e non di frammentazione. “La digitalizzazione non deve restare confinata agli strumenti – spiega Siccardi – ma deve permeare il modo in cui il sistema sanitario comunica, organizza e si prende cura delle persone”.

Per Siccardi, la vera sfida allora è “far dialogare i sistemi informativi tra loro, in modo che il dato del cittadino sia unico, aggiornato e disponibile per chi lo deve utilizzare”. Questo principio di interoperabilità è poi anche alla base del disegno delineato dal DM 77, che da tempo ha ridefinito la sanità territoriale. “Il futuro è la sanità di prossimità – ribadisce –: vogliamo che il cittadino possa ricevere assistenza a casa propria, con il medico che consulta i dati clinici attraverso piattaforme condivise e sicure. In questa visione, Agenas svolge un ruolo cruciale nel coordinare gli sforzi regionali, guidando l’attuazione dei tre assi strategici della sanità digitale: Ecosistema Dati Sanitari (Eds), telemedicina e intelligenza artificiale. L’obiettivo, spiega Siccardi, è duplice: “Superare la frammentazione dei modelli regionali e garantire a ogni cittadino gli stessi servizi digitali, indipendentemente dal luogo di residenza”. Siccardi richiama inoltre l’importanza di una governance unitaria, in grado di assicurare interoperabilità tecnica, semantica e organizzativa, senza compromettere l’autonomia regionale. “Non si tratta di archiviare il Titolo V – precisa – ma di garantire che le differenze non diventino disuguaglianze“. E conclude con un richiamo etico e culturale: “Il dato che cura funziona solo se tutti partecipano. Autorizzare l’uso dei propri dati per la ricerca e la prevenzione significa contribuire a un bene comune: una sanità digitale che non solo cura le persone, ma impara da esse”. E può farlo in sicurezza…
Nel suo intervento, Nunzia Ciardi, vice direttrice generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn), riporta l’attenzione su un tema centrale per la sanità digitale: la sicurezza come infrastruttura del sistema salute. “La sicurezza digitale è ancora poco metabolizzata, ma è di vitale importanza, soprattutto in sanità, dove non parliamo di protezione di dati, ma di tutela di vite umane”.

Ciardi indica in primis nell’obsolescenza tecnologica uno dei fattori di vulnerabilità più gravi: “In molti ospedali europei e italiani sono ancora in uso sistemi operativi non più aggiornabili dal 2014. È come costruire un reparto su fondamenta logore: prima o poi crolla”. L’altra grande crticità è il fattore umano, causa del 70% degli incidenti cyber: “Una password scritta su un foglio, un link (phishing) aperto, un’autenticazione mancata possono compromettere interi sistemi, ma la cybersecurity ha bisogno anche di semplificazione, che sia al servizio degli operatori sul campo e non di ostacolo”. Proprio per questo, Acn ha avviato una campagna nazionale di sensibilizzazione che coinvolge tutte le regioni, in collaborazione con presidenti e direttori sanitari, per diffondere linee guida e buone pratiche. “Abbiamo visitato decine di strutture per spiegare come difendersi, perché il dato sanitario è il più appetibile nel Dark Web: può valere fino a mille dollari a cartella”. Non solo, la sicurezza deve diventare un principio di sussidiarietà territoriale: “Non si può delegare tutto al centro, ma ogni realtà deve maturare la propria consapevolezza. La cybersecurity non è un onere tecnico, è una responsabilità collettiva che fonda la fiducia nella sanità digitale”. Sono in parte anche i principi alla base di Nis2 che “non è solo un obbligo burocratico ma un cambio di paradigma: chiede di costruire resilienza, non solo di reagire agli attacchi”.
Il potenziale dell’AI e dei gemelli digitali
In uno scenario in cui il tema della cybersecurity in sanità si conferma particolarmente sfidante (secondo gli ultimi dati Clusit 2025 – primo semestre dell’anno – è il settore che dopo la PA attira il maggior numero di attacchi), l’utilizzo dell’AI in sanità – che pure apre un nuovo fronte per la cybersecurity – è comunque irrinunciabile e game changer.

Lo sottolinea Matteo Della Porta, professore di Ematologia Humanitas University, che propone una prospettiva tecnico-clinica sul ruolo dell’AI nella trasformazione della sanità. Il centro in cui opera, nato cinque anni fa, è concepito sulla base di un ecosistema integrato “in cui le competenze tecnologiche vengono attratte dentro l’organizzazione, per costruire un team multidisciplinare a guida clinica capace di individuare soluzioni di AI realmente utili ai pazienti”. Humanitas University ha condotto un’indagine tra medici, pazienti, istituzioni sanitarie e con la Commissione Europea per capire “quali siano le priorità percepite nell’applicazione dell’intelligenza artificiale in medicina”. I clinici chiedono strumenti di supporto che semplifichino la complessità informativa e facilitino la medicina personalizzata (1); i pazienti puntano a un miglioramento della comunicazione medico-paziente (2); le istituzioni, invece, chiedono sostenibilità economica e impatto positivo sui costi di sistema (3). “La sfida è rispondere a queste tre prospettive con un’unica tecnologia,” spiega Della Porta, individuando nella generative AI la chiave per armonizzare le priorità. “La generative AI – soprattutto – migliora ed incrementa l’accesso ai dati sanitari, li integra da fonti diverse e permette un’interazione naturale basata sulla voce,” dettaglia Della Porta, sottolineando inoltre il valore dei dati sintetici, “fondamentali per l’addestramento dei modelli e per superare i limiti di privacy che oggi bloccano la ricerca clinica”. Da questa visione nasce anche l’idea di digital twinda sfruttare in sanità, un gemello digitale che modella non solo il funzionamento dell’organo patologico, ma anche la malattia, con il percorso clinico e la prospettiva del paziente. “È da leggere come uno strumento che permette di simulare scenari terapeutici, migliorare la comunicazione e ottimizzare l’utilizzo delle risorse ospedaliere” – precisa chiarendo i confini degli abilitatori – “Così come l’AI comunque non parliamo di abilitatori che sostituiscono il lavoro dei medici. Saranno i medici che sapranno usarla a guidare il cambiamento e a ridefinire il modo stesso di curare”.
Le sfide per la sanità territoriale, oltre il Pnrr… Fino all’Europa
Porta il confronto sul terreno più concreto della sanità territoriale Gandolfo Miserendino, direttore generale di Azienda Zero, che evidenzia il divario tra l’innovazione tecnologica e la capacità effettiva di metterla in pratica nei contesti locali. “Non servono solo le risposte su ciò che è stato fatto, ma sulle cose che ancora mancano”, esordisce richiamando la necessità di una visione coerente tra centro, regioni e aziende sanitarie.

Il Pnrr, spiega allora, “ha avuto il merito di unire di più livelli centrali e regionali”, ma ora serve una regia che garantisca continuità e governance, anche dopo il 2026. Miserendino rimarca allora l’urgenza di pianificare in modo realistico le risorse umane, ricordando le difficoltà nel reperire professionisti, vera criticità ora per il Paese, anche considerato che i provvedimenti di rimedio riverbereranno i benefici solo fra 6-7 anni: “Quando apro un bando per anestesisti o medici di base nelle aree interne, non li trovo. Le case di comunità sono pronte, ma chi ci lavora dentro?” Da qui il nodo cruciale della formazione e dell’alfabetizzazione digitale: “Abbiamo tecnologie avanzate, ma servono persone in grado di usarle e fidarsi di esse”. Segno di una distanza culturale da colmare. “La tecnologia ci aiuta solo se tutti si uniformano al pensiero digitale”, conclude Miserendino, invitando a costruire “percorsi formativi centrati sull’uso reale delle soluzioni digitali” e sulla valorizzazione del capitale umano come primo fattore d’innovazione.
I lavori si chiudono, in mattinata con l’allargamento degli orizzonti dell’analisi territoriale fino all’Europa. Nel suo intervento, infatti, Furio Gramatica, direttore Sviluppo Innovazione dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi e presidente dell’European Platform for Rehabilitation di Bruxelles, delinea la prospettiva europea della sanità digitale, ed invita a “essere coraggiosi nell’avvicinarsi alle risorse dell’Europa, che non sono solo fondi, ma opportunità di partecipazione e crescita condivisa”. Gramatica ricorda che la trasformazione in corso non è solo tecnologica ma culturale, legata al progressivo invecchiamento della popolazione e alla necessità di una visione di long-term care: “La longevità non è un problema, ma una conquista che impone un ripensamento dei modelli di cura e delle infrastrutture digitali che le supportano”. In Europa, sottolinea, esiste un forte movimento verso la standardizzazione dei dati sanitari e la costruzione dell’European Health Data Space, ma “il vero ostacolo non è la mancanza di fondi, bensì la capacità di accedervi con strategie chiare e condivise”.

Si rimarca quindi la distanza tra l’innovazione e la regolamentazione, il problema di una “ricerca che corre, ma con il mercato che resta imbrigliato da procedure lente”. L’Europa dovrebbe favorire una transizione “più fluida tra ricerca e applicazione clinica”, fondata sulla digital literacy e sull’interazione tra stakeholder: istituzioni, grandi industrie, Pmi, assicurazioni e cittadini. Gramatica ammonisce: “Non possiamo costruire un sistema salute competitivo se i dati non seguono il paziente nel suo intero percorso di vita”. Il riferimento torna alla carenza di interoperabilità nei settori rehab e long-term care, dove il dato si perde tra ospedale, territorio e assistenza domiciliare. E’ evidente la necessità di valorizzare il ruolo delle Pmi che operano nella produzione e distribuzione dei medical device; rappresentano il 90% delle imprese del settore ma faticano a partecipare ai tavoli europei dominati dalle multinazionali: “Sono queste realtà ad avere il know-how più avanzato, ma non la forza per interagire con i grandi player. E l’Europa deve imparare a farle dialogare con i provider sanitari.” La conclusione è un appello alla partecipazione attiva: “È questo il momento di essere presenti nei luoghi europei in cui si decide la sanità digitale del futuro. Non possiamo restare osservatori. Abbiamo la competenza, l’esperienza e l’urgenza per contribuire ora”.
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