C’è una forma di esclusione che non compare nei registri anagrafici ma produce effetti del tutto concreti: l’impossibilità di esercitare diritti, accedere a servizi e ottenere riconoscimento amministrativo perché si è privi delle credenziali digitali necessarie, o non si è in grado di usarle. È quella che un numero crescente di analisti definisce apolidia digitale: una condizione che non riguarda la cittadinanza in senso giuridico, ma la capacità effettiva di “esistere” all’interno di sistemi amministrativi mediati da identità elettroniche, wallet e piattaforme online.
La tesi è tanto lineare quanto preoccupante: l’apolidia digitale (digital statelessness) nasce quando l’accesso a diritti, servizi e riconoscimento amministrativo dipende da credenziali digitali che una parte della popolazione non può ottenere o non riesce a usare o gestire. Non è uno scenario futuribile, ma un problema misurabile, documentato da fonti istituzionali che ne disegnano con precisione il perimetro.

Dall’apolidia giuridica a quella digitale

Il punto di partenza è l’apolidia in senso classico. Secondo il rapporto Global Trends dell’Unhcr, a fine 2024 (l’ultimo dato che abbiamo ritrovato) risultavano circa 4,4 milioni di persone apolidi o di nazionalità indeterminata, censite in 101 Paesi; l’Agenzia precisa che circa la metà degli Stati non fornisce dati e che il numero reale è quindi verosimilmente molto più alto. Chi non ha una nazionalità riconosciuta parte già senza il presupposto giuridico per ottenere un documento e, a cascata, una credenziale digitale. Il problema, però, comincia ancora prima. L’aggiornamento 2024 del rapporto Unicef The Right Start in Life stima che 150 milioni di bambini sotto i cinque anni non siano registrati alla nascita e restino di fatto invisibili ai sistemi pubblici, mentre oltre 50 milioni, pur registrati, non dispongono di un certificato di nascita. Senza registrazione anagrafica non c’è identità legale; senza identità legale non c’è accesso a istruzione, sanità e protezione sociale, né — oggi — a un’identità digitale. L’apolidia digitale, in questa prospettiva, non è un fenomeno nuovo: è la versione contemporanea di un’esclusione che si origina all’anagrafe.

Il divario che definisce il problema

A misurare la dimensione propriamente digitale del fenomeno sono i dati della Banca Mondiale. L’ID4D Global Dataset stima che circa 800 milioni di persone nel mondo non dispongano di alcun documento ufficiale di identità. Ma è il livello successivo a essere decisivo: secondo le rilevazioni collegate al Global Findex 2025, almeno 2,8 miliardi di persone non hanno accesso a un sistema di identità digitale utilizzabile per autenticarsi e operare nei servizi online. È la fotografia più vicina alla nozione operativa di apolidia digitale: non l’assenza di una cittadinanza, ma l’impossibilità di farsi riconoscere da un sistema informatico.
A questi numeri si aggiungono quelli relativi alle barriere infrastrutturali. Il report Facts and Figures 2025 dell’Itu (International Telecommunication Union) stima che, anche se sono oltre 6 miliardi gli utenti Internet, restano offline circa 2,2 miliardi di persone, in larghissima parte, il 96% nei Paesi a basso e medio reddito; persiste inoltre un divario tra aree urbane, dove è online l’85% degli abitanti, e aree rurali, ferme al 58%. Il dato è cruciale: senza connettività, anche un’identità digitale formalmente disponibile resta inutilizzabile. Connettività, identità legale e identità digitale sono tre livelli quindi che si sommano, e basta che ne manchi uno perché l’accesso si interrompa.

I tre livelli dell'accesso
I tre livelli essenziali per l’accesso ai diritti con il digitale

Italia, dove e perché l’accesso ai diritti si restringe

E’ però un errore considerare l’apolidia digitale un problema dei soli Paesi a basso reddito. Anche nei sistemi avanzati la dipendenza da credenziali digitali per accedere a servizi pubblici essenziali genera nuove vulnerabilità, e l’Italia è un caso per certi aspetti esemplare. I dati Eurostat relativi al 2025 indicano che il 71,9% dei cittadini europei tra i 16 e i 74 anni ha usato siti o app della PA nei dodici mesi precedenti, ma collocano l’Italia al 57,7%, tra i valori più bassi dell’Unione insieme a Romania e Bulgaria. Sempre Eurostat segnala che, nel 2025, il 52% degli europei ha usato un sistema di identificazione elettronica (eID) per accedere a servizi online, con un divario generazionale netto: lo impiega il 61% delle persone tra i 35 e i 44 anni, ma solo il 36% di quelle tra i 65 e i 74.

I numeri del caso Italia
I numeri del caso Italia

La fotografia italiana più dettagliata arriva dal rapporto Istat Cittadini e Ict – Anno 2025. Nel 2025 la quota di persone tra i 16 e i 74 anni con competenze digitali almeno di base è salita al 54,3%, in crescita di 8,4 punti rispetto all’anno precedente ma ancora distante dall’obiettivo europeo dell’80% fissato per il 2030. Soprattutto, l’Istat mette in evidenza divari strutturali: le competenze almeno di base riguardano il 71,7% dei giovani tra i 20 e i 24 anni, ma scendono al 27,4% tra le persone di 65-74 anni; e contano il titolo di studio — tra i 25-54enni si passa dal 33,5% di chi ha la licenza media all’86,1% di chi ha una laurea — e il territorio, con il Mezzogiorno che usa Internet meno del Centro-Nord, il 78,5% contro oltre l’85%. Sono proprio queste fasce — anziani, persone con bassa istruzione, residenti nelle aree meno connesse — quelle per cui l’identità digitale rischia di diventare una barriera anziché una semplificazione. Il punto è – anche dal punto amministrato – concreto nelle sue criticità: lo Spid richiede un documento italiano valido, la tessera sanitaria o il codice fiscale, un indirizzo email e un numero di cellulare personali, requisiti che possono trasformarsi in ostacoli per chi è privo di documentazione regolare o ha fragilità digitali. Lo stesso ordinamento riconosce implicitamente il problema: il Decreto Semplificazioni del 2021 ha introdotto la delega dell’identità digitale, che consente a chi non riesce a usare lo Spid di accedere ai servizi tramite un familiare o una persona di fiducia. Nel frattempo è in corso una transizione delicata, con lo Spid destinato a essere progressivamente affiancato e sostituito dalla Carta d’Identità Elettronica (Cie) e dall’IT Wallet: le associazioni dei consumatori hanno chiesto campagne informative capillari, sportelli di supporto e una fase di coesistenza dei vecchi sistemi, proprio per non penalizzare anziani e famiglie meno digitalizzate.

eIdas 2.0 e le conseguenze sui sistemi Paese

Lo scenario europeo amplifica la posta in gioco. Il regolamento eIdas 2.0 (Regolamento UE 2024/1183) impone a tutti i 27 Stati membri di rendere disponibile entro la fine del 2026 il portafoglio europeo di identità digitale (European Digital Identity Wallet), destinato a diventare la chiave d’accesso a un numero crescente di servizi pubblici e privati. È una direzione di marcia che può ridurre la burocrazia, ma che rende ancora più urgente una domanda sul disegno: che cosa accade a chi quel wallet non può ottenerlo o non sa usarlo?

Le conseguenze sui sistemi Paese si misurano su tre piani. Sul piano dei diritti, l’apolidia digitale trasforma prestazioni dovute — sanità, previdenza, istruzione, sussidi — in privilegi condizionati al possesso di una credenziale: chi resta fuori non perde semplicemente un servizio, perde la titolarità sostanziale di un diritto.
Sul piano economico, l’esclusione comprime la base di cittadini e imprese in grado di operare nell’economia digitale, con effetti su gettito, inclusione finanziaria e produttività. Sul piano della coesione sociale, un divario che corre lungo le linee dell’età, dell’istruzione e del territorio, come mostrano con chiarezza i dati Istat, rischia di consolidare disuguaglianze strutturali, sovrapponendo all’esclusione sociale un’esclusione amministrativa.

Eidas 2.0 la scadenza europea
Eidas 2.0 scadenze e impatti

La lezione che emerge dalle fonti è evidente: la digitalizzazione dei servizi non produce automaticamente inclusione. Lo diventa solo se accompagnata da misure esplicite, dall’alfabetizzazione digitale alle deleghe, dai canali alternativi all’assistenza fisica di prossimità, capaci di garantire il riconoscimento amministrativo anche a chi non può o non sa usare le credenziali. In assenza di queste misure, l’identità digitale rischia di generare una nuova categoria di invisibili: cittadini a tutti gli effetti, ma apolidi rispetto ai sistemi che dovrebbero servirli. Per i decisori pubblici, progettare l’accesso digitale come un diritto universale, e non come un mero requisito tecnico, non è un dettaglio di implementazione: è la condizione perché la trasformazione digitale rafforzi i sistemi Paese, invece di fratturarli.

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