Milano produce più ricchezza di qualsiasi altro capoluogo italiano, ma nella graduatoria complessiva della “smartness” urbana non rientra tra le prime cinque posizioni. In testa c’è invece Trento. È il risultato attorno a cui ruota Dove e perché si vive meglio in Italia?, lo Smart City Index del Centro di Ricerca Divulgativo della Rome Business School curato da Francesco Baldi, docente dell’International Master in Finance, e da Valerio Mancini, direttore del Centro e rappresentante della Consulta Roma Smart City Lab presso il Comune di Roma.
Come è costruito l’indice
L’analisi confronta i capoluoghi di regione italiani e un gruppo di città europee selezionate per rilevanza economica, demografica e amministrativa. La misura è dichiaratamente relativa: colloca ciascuna città rispetto alle altre del campione, non rispetto a uno standard fissato di qualità urbana. L’impianto poggia sulle valutazioni di sei dimensioni di pari peso, ciascuna delle quali contribuisce per un sesto al punteggio finale. Economy raccoglie spesa in ricerca e sviluppo, Pil complessivo e pro capite, natalità d’impresa e disoccupazione; Governance approssima la qualità amministrativa attraverso l’utilizzo dei servizi pubblici digitali e una valutazione della qualità del sistema scolastico; Mobility combina tempi di percorrenza, distanza coperta in un intervallo standard, uso del trasporto pubblico e accesso a internet; Environment pesa verde urbano e concentrazione di inquinanti; People misura laureati, studenti universitari per abitante, ranking degli atenei e occupazione nei settori knowledge-intensive; Living considera speranza di vita, sanità, sicurezza e accessibilità abitativa. Ogni indicatore è normalizzato su scala 0-100 con trasformazione min-max e scala invertita per le variabili a interpretazione negativa, come inquinamento, tempi di spostamento e costo dell’abitare. Le fonti dati principali sono Eurostat e Urban Audit, integrate da TomTom, Eea, Qs Ranking, Ocse Pisa/Invalsi e banche dati immobiliari. A questa griglia il report affianca una seconda chiave di lettura, definita geografia della felicità: i punteggi vengono incrociati con redditi disponibili, costo della vita, canoni di locazione e potere d’acquisto reale, elaborati su dati Istat, Eurostat, Numbeo e Idealista aggiornati al 2025, per verificare se le città più avanzate sul piano tecnologico coincidano con quelle in cui si vive meglio.
Il paradosso del primo polo economico
Nella dimensione Economy, Milano ottiene 35,9 punti e stacca tutte le altre città italiane: il territorio esprime un Pil superiore a 228 miliardi di euro, un Pil pro capite di circa 52,8mila euro e una disoccupazione al 4,3%. Il vantaggio si assottiglia sulle altre componenti.

In environment il punteggio scende a 21,2, con una concentrazione di PM 2.5 intorno a 19,5 µg/m³, la più alta del campione italiano; solo Torino ottiene un risultato inferiore nella dimensione, con 19,2 punti e PM2.5 a 18 µg/m³. In Mobility si attesta a 38,9 punti, perché servono in media 31,6 minuti per percorrere 10 chilometri. Sul fronte abitativo il rapporto tra il prezzo medio di un’abitazione di 80 metri quadrati e il reddito medio equivale a circa 19,5 annualità, elemento che ridimensiona il punteggio Living, fermo a 56,9.
“Non basta avere un Pil elevato se il costo della vita riduce l’accessibilità – spiega Baldi -. Non basta disporre di università di qualità se il mercato del lavoro non assorbe competenze. Non basta avere infrastrutture se la mobilità resta congestionata o l’ambiente urbano è fragile. La smart city non coincide con la città più grande, né necessariamente con quella più ricca”.
Il vantaggio delle città intermedie
Dietro Trento, in testa appunto, si collocano Aosta con 51,0 punti e Bologna con 47,5. Il primato trentino non nasce da un singolo indicatore ma da un profilo bilanciato: 46% di verde urbano, PM2.5 a 12 µg/m³, una speranza di vita di circa 85 anni e un rischio di povertà contenuto. In Mobility il capoluogo raggiunge 58,5 punti, con 14,5 minuti medi per dieci chilometri contro i 32,1 di Torino. Aosta domina la dimensione ambientale con 87,2 punti e una quota di verde del 50%. Bologna guida le componenti legate alla macchina amministrativa e al capitale umano: 72,1 punti in governance, con il 59,3% dei cittadini che utilizza siti e app della PA, e 49,6 punti in people, con una quota di laureati del 39,6% e circa 178 studenti universitari ogni mille abitanti. Sono città che non competono sulla scala economica, ma tengono insieme componenti che nelle grandi aree metropolitane divergono.

Roma tra capitale umano e vita quotidiana
La Capitale mostra un profilo per certi versi speculare. Nella componente People ottiene 45,2 punti, sostenuta dai grandi atenei e dall’occupazione nei settori a più alta intensità di conoscenza; in Economy raggiunge 28,7 punti, con un Pil complessivo superiore a 163 miliardi di euro, penalizzata da una minore efficienza del mercato del lavoro rispetto alle città del Nord.

È la dimensione quotidiana a pesare: percorrere dieci chilometri richiede in media 30,8 minuti, il punteggio di Mobility si ferma a 31,6 e la Governance, a 44,2 punti, resta distante dalle prime posizioni. E Mancini legge in questa distanza il tratto comune del campione italiano: “Il limite italiano è quindi soprattutto la difficoltà di convertire dotazioni economiche, universitarie, culturali e istituzionali in performance urbane integrate”.
Il confronto europeo
Sul piano continentale il distacco è netto. Copenaghen guida con 63,2 punti, oltre dieci in più di Trento, con un utilizzo dei servizi pubblici digitali superiore al 94%, PM2.5 a circa 7 µg/m³ e un Pil pro capite di 73,7mila euro. Seguono Monaco, con disoccupazione al 2,4% e spesa in R&S pari al 5,2% del Pil, Lussemburgo, che registra il Pil pro capite più alto del campione, e Dublino. Nella fascia successiva si collocano Vienna con 57,2 punti, Amsterdam con 56,9 e una governance a 89,2, e Berlino, a 77,6 punti nella componente ambientale. Londra, pur superando i mille miliardi di euro di Pil complessivo, scende a 36,9 punti nel living per effetto del costo dell’abitare. Su questa scala le città italiane si distribuiscono nella metà bassa: Trento si collocherebbe in fascia intermedia, vicino a Madrid, Parigi, Bruxelles e Lisbona, mentre Milano, con 43,3 punti, resterebbe tra Barcellona e Atene.

I segnali da considerare
La frattura più ampia riguarda la governance: tra Bologna, prima con 72,1 punti, e Potenza, ultima con 5,7, la distanza supera i 66 punti. Napoli, Catanzaro, Palermo, Cagliari e Potenza restano sotto i 18 punti anche in economy, mentre, ricorda il report citando i dati Istat più recenti, le regioni meridionali continuano a perdere ogni anno migliaia di giovani laureati. Il quadro non è però uniforme: Potenza raggiunge 78,8 punti in environment, con il 39% di verde urbano e PM2.5 a circa 8,5 µg/m³, meglio di Milano e Torino.
Questi numeri sono da leggere inseriti in un cambiamento più ampio delle scelte residenziali, accelerato dal lavoro ibrido; tra i fenomeni monitorati compare il south working, ancora di nicchia ma in crescita, cioè lo spostamento di lavoratori qualificati verso il Mezzogiorno mantenendo un impiego al Centro-Nord o all’estero.
Per gli autori la sfida dei prossimi anni sta nel tradurre la crescita economica in benessere diffuso senza sacrificare accessibilità e sostenibilità, un terreno su cui i centri di dimensione intermedia partono avvantaggiati. Baldi: “Le persone non scelgono più soltanto dove lavorare, ma anche dove vivere meglio. La città realmente intelligente non è quella che dispone semplicemente delle tecnologie più avanzate, ma quella che riesce a trasformare innovazione, sostenibilità e crescita economica in opportunità concrete per i propri cittadini”.
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