Sono due le proposte che la Commissione europea ha presentato in questi giorni per definire una nuova politica industriale, in grado di spronare la capacità innovativa europea e spingere la crescita industriale, tecnologica e occupazionale in Europa.
Ma con un approccio diverso rispetto al passato.
Non più sostenendo l’innovazione investendo solo sul lato dell’offerta (incentivi per ricerca, startup, trasferimento tecnologico, NextGenerationEu) ma cercando di stimolare anche la domanda pubblica, come leva di politica industriale. Per far fronte a un gap evidente: seppure l’Europa continua a distinguersi nella produzione scientifica e nella ricerca (dati emersi anche nel recente Forum Teha Ambrosetti a Cernobbio), incontra difficoltà quando deve trasformare brevetti e proprietà intellettuale in imprese europee capaci di crescere e competere a livello globale.
E così Bruxelles ha deciso di intervenire non soltanto sull’offerta di innovazione ma anche agevolando la domanda, con due proposte legislative “complementari“: il nuovo European Innovation Act e il Public Procurement Act
La prima, European Innovation Act, rappresenta un tassello importante della strategia europea per la competitività. Punta a rafforzare il percorso che porta un’idea al mercato. Introduce un quadro comune per la valorizzazione economica degli asset di proprietà intellettuale, promuove meccanismi di finanziamento basati sui brevetti e prevede la creazione di un mercato europeo dedicato agli asset tecnologici. L’obiettivo è rendere più semplice per startup e scaleup trasformare innovazione tecnologica in capitale e sviluppo industriale.
Ma da sola questa proposta rischia di non essere sufficiente. Trova i “finanziamenti” ma non trova i “clienti“.
La seconda – Public Procurement Act – guarda invece a chi compra le innovazioni e mostra come il procurement non sia più un tema puramente amministrativo. La nuova norma prevede una semplificazione importante delle direttive esistenti per superare l’attuale frammentazione normativa europea, introducendo un regolamento unico applicabile in tutta l’Unione, ma ha l’obiettivo ultimo di accelerarne la digitalizzazione e creare un mercato europeo degli appalti più integrato. Cosi facendo, per la prima volta, si afferma in modo esplicito che gli acquisti pubblici possono contribuire agli obiettivi industriali dell’Unione.
Cambiano di fatto i parametri di scelta delle innovazioni da parte delle pubbliche amministrazioni. Il prezzo perde la sua centralità, non è più criterio dominante di aggiudicazione degli appalti. Entrano in gioco la qualità dell’offerta – dovrà pesare almeno il 30% nella valutazione complessiva -, la sua capacità di portare innovazione, sicurezza, resilienza delle filiere e di generare valore per l’economia europea.
È un cambio di paradigma forte. Per molti anni la competitività della PA è stata misurata sulla capacità di acquistare al minor costo possibile. Oggi Bruxelles sostiene che spendere meglio può essere più importante che spendere meno.
L’impatto si farà sentire anche nel mercato Ict.
Se l’impianto normativo verrà confermato, la qualità tecnologica, la capacità di innovazione e il contributo strategico delle soluzioni assumeranno un peso molto maggiore nelle gare pubbliche che stanno andando deserte, come abbiamo visto accadere quest’anno anche in Italia per le gare Consip, dove la partecipazione è stata frenata dalle oscillazione dei prezzi delle materie prime, legate agli equilibri geopolitici, a fronte di impegni pluriennali.
Nel contesto di oggi, che vede tutti i Paesi europei investire in piattaforme cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale, servizi gestiti, la normativa dovrebbe portare le amministrazioni a premiare i progetti realmente innovativi, sorpassando il criterio di scelta legato al ribasso delle offerte che ha spesso limitato la capacità delle amministrazioni di optare per progetti validi.
Qui si aprono opportunità anche per i grandi operatori europei attenti alle politiche industriali che possono indirizzare la propria offerta in modo mirato, ma anche per startup e scaleup in grado di proporre tecnologie differenzianti ad alto contenuto innovativo. Si creerebbe cosi un collegamento diretto tra politiche per l’innovazione e mercato europeo dove il procurement entrerebbe di fatto nel perimetro degli strumenti utilizzati per rafforzare l’autonomia strategica europea.
Lo stesso varrebbe in Italia, dove il Pnrr (ormai finito) ha accelerato gli investimenti pubblici in digitalizzazione (i dati della Cio Survey PA parlano di investimenti futuri). La sfida è utilizzare la capacità di spesa pubblica per favorire innovazione, per far crescere le imprese e sviluppare nuove competenze tecnologiche.
Le proposte della Commissione europea sono ancora all’inizio dell’iter legislativo. Ma il messaggio è passato: gli appalti non sono solo uno strumento di acquisto ma uno strumento di competitività. E per Paesi che faticano a trasformare l’innovazione in leadership industriale, questa potrebbe essere una novità significativa per i prossimi anni.
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