Lo ammetto. I Ceo sortiscono su di me un effetto particolare, tra la curiosità nel conoscerli e l’alone di potenza che emanano. Perché, nel bene o nel male, non lasciano mai le aziende senza averle stravolte o averne lasciato il segno. Ognuno con il proprio carisma (poco o tanto), ognuno con i propri corsi di recitazione o di management per comunicare nel migliore dei modi alla platea.

Famosi Steve Ballmer (Microsoft) che urlava dal palco dei suoi keynote aizzando gli sviluppatori, o John Chambers (Cisco) con i suoi corsi di teatro che camminava tra la platea con il cappello bianco interrogando i presenti, oppure Larry Ellison (Oracle) che davanti ai partner radunati a San Francisco parlava stretto di tecnologia con uno sguardo sulla Coppa America nella baia. Ognuno con la propria personalità, piacevoli e duri da ascoltare, con la consapevolezza che in anni difficili il gioco si faceva duro e i competitor venivano citati direttamente nei keynote. Da battere.

I Ceo di oggi anche di queste stesse aziende – Mark Hurd e Safra Catz (Oracle), Satya Nadella (Microsoft), Chuck Robbins (Cisco) – non sono da meno nella determinazione e hanno portato cambiamenti radicali, inaspettati, con impatti stravolgenti sui posizionamenti di mercato. Nadella sta facendo di Microsoft a suon di tagli di personale un’azienda cloud non più vincolata alle licenze software, Hurd ha virato verso il cloud totale una Oracle legata al software tradizionale e ai sistemi, Robbins sta trasformando Cisco dal puro networking verso software e servizi. Non ultima Meg Whitman, che se ne sta andando da HPE dopo averla smembrata.

Perché i Ceo in questo editoriale? Perché tutti hanno capito che devono scendere dal palco, incontrare i clienti per fare girare il business e… venire in Italia.

Nell’ultimo anno le loro visite hanno contribuito a motivare le filiali, a premiare partner fedeli, a dare lustro al peso locale del management. Mi è piaciuto vedere Bill McDermott, ceo di Sap, incontrare Cio e Ceo al meeting di Cernobbio la scorsa primavera e discutere di trasformazione digitale necessaria, a partire da Sap stessa. Mi è piaciuto vedere Michael Dell incontrare a settembre partner, clienti e dipendenti a un anno dalla fusione operativa di Dell e Emc e dare il suo benestare all’andamento del nuovo business. Mi è piaciuto vedere la Whitman guardare con stima i partner che hanno investito negli Innovation Labs di HPE a inizio estate, premiando un percorso che per HPE ha significato un investimento da 10 milioni di euro. Mi è piaciuto vedere Chuck Robbins, che ha preso a cuore il programma Digitaliani di Cisco, stringere la mano al premier e sostenere la crescita della digitalizzazione nel nostro paese con un investimento di 100 milioni di dollari a tutto il 2018. Non ultimo questa settimana arriva a Milano Mike Gregoire, ceo di Ca Technologies, ad inaugurare la nuova sede e a rendere coeso il processo di trasformazione dell’azienda stessa in una Software-Factory, così come propone ai clienti.

Perché tutti questi vendor (e non solo), che dettano le strategie dall’headquarter oltreoceano, rischiano di perdere il senso di squadra nelle filiali, in anni difficili di sterzate repentine. Basta una visita annuale, a volte, per rimarcarlo. Serve (e mi piace).

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