Si chiude l’XI edizione di Cyber Warfare Conference, che dal 12 maggio ha visto avvicendarsi, in streaming, docenti, esperti di sicurezza, responsabili d’azienda, rappresentanti delle istituzioni, che hanno animato tra maggio e giugno sette tavole rotonde sul ruolo dell’intelligence nell’emergenza nazionale, per esempio, ma anche del sistema sanitario nelle crisi pandemiche, sui problemi legati alla disinformazione e al disagio sociale, con un respiro quindi ben più ampio rispetto alla consueta prospettiva con cui si tocca il tema Cyber Warfare. 

L’emergenza per Covid-19, per i suoi tratti di pervasività ed aggressività, conferma come le “infezioni digitali”, di fatto, si ispirino letteralmente a quelle in natura, e siano in grado di mettere a dura prova l’intero sistema Paese. Così, come nella sessione “plenaria” di avvio (il 12 maggio) sono stati ripercorsi i principali aspetti che hanno evidenziato la capacità di resilienza del Paese, di fatto nel corso delle diverse Web Roundtable, tra maggio e giugno, è emerso come l’emergenza abbia già modificato (e ancora lo stia facendo in modo importante) come viviamo, organizziamo il lavoro, intendiamo l’impresa e l’importante ruolo delle istituzioni e dello Stato, non solo dal punto di vista della tutela sanitaria.
L’ultimo appuntamento ben riassume lo spirito dell’iniziativa, sintetizzandone i contenuti caratterizzanti.

Ne parlano Paolo Lezzi, vicepresidente Eucacs, Michele Colajanni, presidente Eucacs e Ferdinando Sanfelice di Monteforte, ammiraglio sq. e consigliere scientifico Cwc. “”Non avremmo mai immaginato” – esordisce l’ammiraglio – sono state le prime parole con cui si è aperta Cyber Warfare Conference oltre un mese fa. A documentare lo sgomento per un evento – come quello della pandemia – che, comunque, in tempi non sospetti in qualche modo si poteva prevedere e si era previsto sarebbe potuta accadere e per il quale si erano approntati anche dei piani (rimasti nel cassetto). Covid-19 ha messo in evidenza invece la nostra impreparazione, vulnerabilità, evidenziato tensioni ed errori, a partire da quello caratterizzante in situazioni come queste e cioè l’inutile caccia all’untore”. E’ del 2003 (dopo l’evento Sars) il Piano di Emergenza per la gestione delle pandemie, di fatto rimasto lettera morta, ed è del 2018 quello dell’Oms riguardo possibili infezioni da virus sconosciuti. La massima di Benjamin Franklin per cui un’oncia di prevenzione vale (si spera) una libbra di cura” avrebbe dovuto suggerire che in mancanza della libbra di cura, sarebbe stato meglio e prudente puntare sull’oncia di prevenzione, ma non è stato così. 

Ferdinando Sanfelice di Monforte
Ferdinando Sanfelice di Monteforte, ammiraglio sq. e consigliere scientifico Cwc

“Una cosa però è certa – prosegue Ferdinando Sanfelice di Montefortee cioè che il ruolo degli Stati è tornato in primo piano, per gestire la crisi, e il modello italiano, pur con le sue lacune, ha rappresentato un punto di riferimento. Allo stesso tempo si sono rimodellati equilibri: da una parte il riavvicinamento tra Usa e Russa, dall’altro l’acuirsi delle tensioni tra Usa e Cina. L’interdipendenza resta però l’elemento caratterizzante. E Covid-19 lo ha evidenziato”. Nessun Paese è un’isola e l’emergenza, durante la quale sono ben emerse le potenzialità espresse dal digitale, ha dimostrato che il digitale può rappresentare “una palestra di cooperazione internazionale”, a patto che si riconosca anche il valore ed il ruolo delle organizzazioni trans-nazionali che l’emergenza ha contribuito ad evidenziare.

L’Italia per fare bene deve ritrovare lo spirito del ’48, la capacità di unirsi nell’affrontare le situazioni difficili. Gli elementi che l’emergenza ha evidenziato e fanno ben sperare sono per esempio la buona volontà e l’abnegazione delle persone, il loro spirito di servizio, creatività e inventiva”, ma Covid-19 ha evidenziato anche i nostri difetti atavici come settorializzazione e corporativismo, “le continue tensioni tra centralismo e autonomie restano una criticità, il dialogo stato/regioni teso, a seconda delle rappresentanze politiche”.  

L’intelligence – come è emerso nei precedenti incontri, prosegue l’ammiraglio – ha fatto la sua parte, ma non è stata ascoltata e la sua funzione preventiva è stata annullata; positivo anche il ruolo delle forze armate, sul territorio. Per quanto riguarda la sanità si è rivelato fallimentare invece il modello delle riforme che hanno puntato sui grandi ospedali trascurando la medicina di base”. Soprattutto è importante si sia capito che la “sanità gestisce le crisi se ha risorse strategiche e riserve, che invece sono state fatte decadere”.

Come anche accade nella difesa digitale, i piani di emergenza devono rimanere “vivi”, le risorse funzionanti, le persone aggiornate. Tra le criticità, per esempio, anche quelle legate all’infodemia per cui la gente si è dimostrata attenta ai numeri, ma anche sensibile ad una disponibilità di informazioni eccessiva, ed in alcuni casi artatamente fuorviante, che ha spettacolarizzato il virus, con alcuni Paesi pronti a sfruttare l’emergenza per indirizzare il “sentiment” a seconda degli interessi politici in gioco. 

Come ripartire

La ripartenza deve puntare sulla digitalizzazione – capillare – di ministeri, servizi, realtà locali. E bisogna lavorare sul problema centrale della formazione. Per l’Italia, quando ci si riferisce al digitale, non si può parlare ancora di “riqualificare le competenze” si deve invece parlare proprio di formazione, che prevede l’assimilazione di una serie di principi di base. Si deve puntare poi sulla tecnologia ma coniugata alle capacità manuali e artigianali caratteristiche del Paese.

In un contesto in cui l’economia mondiale ha dimostrato di non sapersi autoregolare e vive la peggiore delle crisi del dopoguerra, sia nella domanda sia nell’offerta, l’Italia deve puntare alla digitalizzazione del suo manifatturiero e delle Pmi. Le aziende rappresentano per questo perno per la ripartenza: lo sono i dipendenti, che meritano di essere ascoltati, lo devono essere gli imprenditori.

E’ importante progettare con un orizzonte più ampio rispetto a quello utilizzato per valutare le trimestrali.

Questi quindi i primi punti quindi su cui lavorare emerse nel corso dei dibattiti che hanno caratterizzato Cyber Warfare Conference e ripercorsi durante l’ultima tavola rotonda: da una parte la disponibilità di filiere strategiche complete e la formazione. Mentre per quanto riguarda il settore cibernetico sono cinque le aree di azione su cui intervenire: la disponibilità di infrastrutture resilienti, l’interconnessione (in questo caso non solo digitale, ma anche di relazione), i servizi informatici di base (il caso Inps deve insegnare), la sicurezza delle aziende, ed appunto le persone (perché è riconosciuto come il livello di cultura digitale medio nazionale sia tra i più bassi in Europa).

Quello italiano resta un mercato di conquista per gli altri Paesi, un mercato “target, obbiettivo”. Deve diventare più robusto: “In Italia ancora oggi vediamo, anche su alcuni aspetti chiave della digitalizzazione – come l’infrastruttura delle reti – prevalere gli interessi commerciali su quelli strategici del Paese. E non è possibile che questo accada”, chiosa Ferdinando Sanfelice di Monteforte .

Michele Colajanni, professore Uni. Modena e Reggio Emilia, presidente Eucacs e direttore Cyber Academy
Michele Colajanni, professore Uni. Modena e Reggio Emilia, presidente Eucacs e direttore Cyber Academy

“Di fatto il problema delle competenze è centrale – interviene Colajanni la diversa capacità di reazione delle aziende, per esempio quando è stato necessario entrare in smart working, è molto significativa. Non sono certo le tecnologie il problema, lo sono le competenze e le capacità di integrare le tecnologie su tutta la filiera. Vale anche per i manager, ne servono in grado di ripensare i processi aziendali, orientati al cloud ed ai servizi digitali, così come è fondamentale riavvicinare la preparazione scolastica alla realtà produttiva e digitale”.

Tra le difficoltà maggiori, concordano i relatori, l’incapacità della politica di guardare oltre gli interessi di parte e di breve periodo, invece di cogliere lo stimolo dell’emergenza per una “rifondazione” del Paese, la valorizzazione dei giovani, un appoggio strategico a tutte le aziende, in un agone – quello europeo – che da questo punto di vista vede ancora prevalere gli interessi nazionali su quelli sovranazionali. Colajanni sottolinea come il problema non sia tanto quello dei giovani “che per mettere a frutto le competenze acquisite all’università vanno all’estero”, quanto piuttosto “che non abbiano motivo o la possibilità di tornare e che lo scambio con gli altri Paesi sia del tutto a nostro svantaggio”.   

Paolo Lezzi, Ceo e founder di InTheCyber Group e vicepresidente esecutivo di Eucacs
Paolo Lezzi, Ceo e founder di InTheCyber Group e vicepresidente esecutivo di Eucacs

Lezzi: “Il Paese per certi aspetti è in crisi di identità, la capacità creativa si è frammentata” e l’idea ossessiva di un ritorno immediato dell’investimento ha impoverito le culture aziendali. Rispetto alle capacità di chi ha “ricostruito” dopo la guerra, per cui le persone rappresentavano risorse di fatto, non solo a parole (si pensi ai modelli aziendali che prevedevano una serie di supporti alle famiglie per quanto riguarda istruzione, abitazione etc.) oggi si opera con l’unico obiettivo del ritorno immediato “e troppo spesso non si punta più a fare squadra”.

Quando invece è la squadra a vincere. Chiude Lezzi: “Si agisce per reazione agli eventi rinunciando ad essere programmatici, si rinuncia ai vantaggi di disporre internamente delle filiere strategiche, con una visione condivisa pubblico e privato, funzionale allo sviluppo. Vale anche per il digitale. Ritornare ad essere progettuali richiede invece un percorso culturale basato sull’impegno dei singoli, così come la capacità di difendere i punti di forza si basa sulla consapevolezza, vale per le sfide cyber, come per tutte le sfide legate alla ripresa”

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