Cinquecento milioni di euro. È questa la cifra che l’intelligenza artificiale raggiungerà in termini di investimenti nel settore assicurativo italiano entro il 2028, arrivando a pesare per il 25% della spesa complessiva in innovazione. Una cifra importante, certo, ma che da sola non rende conto della portata della trasformazione in atto. Perché l’AI non si limita ad occupare una voce di bilancio e ridisegna le fondamenta del modello di business delle compagnie assicurative. A delineare questo scenario sono le elaborazioni di Italian Insurtech Association (Iia), frutto di un monitoraggio strutturato condotto sulle principali compagnie nazionali, che rappresentano circa l’80% della raccolta premi complessiva del mercato italiano. La traiettoria è quella di un’accelerazione che non lascia spazio a interpretazioni: la quota di investimenti destinata a soluzioni di intelligenza artificiale sul totale dell’innovazione passa dal 5% nel 2024 al 10% nel 2025, per arrivare al 15% stimato nel 2026. E l’obiettivo dichiarato è toccare, appunto, il 25% entro il 2028.

Effetto moltiplicatore su tutta la filiera

Il dato più interessante che emerge dall’analisi dell’associazione riguarda la dinamica indiretta dell’AI: la tecnologia non sta semplicemente crescendo come comparto a sé, ma sta funzionando da catalizzatore per l’intera digitalizzazione dell’industria assicurativa. Per adottare soluzioni di intelligenza artificiale, infatti, le compagnie devono dotarsi di dati strutturati, processi digitalizzati e interfacce evolute, generando così un effetto a cascata sugli investimenti in insurtech nel loro complesso.

Simone Ranucci Brandimarte
Simone Ranucci Brandimarte

Come sottolinea Simone Ranucci Brandimarte, presidente di Italian Insurtech Association, “i 500 milioni di euro previsti per il 2028 rappresentano un passaggio importante, ma il vero dato strategico è un altro: l’intelligenza artificiale sta spingendo l’intera industria assicurativa a investire nel digitale”. Ranucci Brandimarte evidenzia come, a differenza di altri settori, nel mondo assicurativo l’AI non comprima i margini ma al contrario ampli il perimetro di business, grazie alla sua scalabilità ed economicità. Si tratta di una distinzione che vale la pena approfondire. Mentre in altri comparti l’adozione dell’intelligenza artificiale ha alimentato timori legati alla riduzione della marginalità, nel settore assicurativo la tecnologia si comporta come un abilitatore di mercato, aprendo segmenti di clientela prima irraggiungibili e rendendo sostenibili prodotti che con i processi tradizionali non avrebbero avuto senso economico.

Il contesto internazionale

Il contesto internazionale conferma questa lettura e aiuta a comprendere la portata della posta in gioco. Tra il 2026 e il 2030 il valore dei premi assicurativi a livello mondiale è destinato a crescere da 7 a circa 10mila miliardi di dollari, anche grazie alla spinta della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale. Non si tratta di una crescita vegetativa legata all’espansione demografica o all’inflazione: la tecnologia consente di raggiungere nuovi segmenti di clientela prima esclusi dai canali tradizionali e di ampliare l’offerta di servizi con prodotti più granulari, personalizzati e accessibili. A rendere questa prospettiva ancora più concreta è il dato sulla domanda. Oltre il 55% dei clienti assicurativi si dichiara disponibile a interagire con agenti digitali basati su intelligenza artificiale. È un segnale che le compagnie non possono permettersi di ignorare: il cliente finale non solo accetta, ma in molti casi già preferisce un’interazione digitale avanzata rispetto ai canali convenzionali, a patto che sia efficace e personalizzata.

Un comparto a tre velocità

L’analisi di Iia mette in evidenza una segmentazione del mercato basata sul livello di maturità nell’adozione dell’intelligenza artificiale. Al vertice si collocano gli AI leader, operatori che dispongono già di una strategia definita, competenze dedicate e una roadmap triennale. Oggi rappresentano il 25% delle compagnie, il 10% degli intermediari e il 30% dei service provider. Si tratta in prevalenza di realtà medio-grandi che hanno già completato una parte significativa del proprio percorso di digitalizzazione. A seguire ci sono gli AI follower, impegnati nello sviluppo di competenze e strategie strutturate, e gli AI late mover, organizzazioni ancora in fase esplorativa e di prima adozione. Una tripartizione che richiede approcci differenziati, come osserva lo stesso Ranucci Brandimarte: “Nei prossimi tre anni sarà fondamentale adottare strategie diverse a seconda del livello di maturità. Chi è già leader dovrà rafforzare governance e gestione, chi è in fase di sviluppo dovrà costruire competenze e roadmap, mentre chi è in ritardo dovrà investire prioritariamente in formazione e digitalizzazione di base”.

Dai processi al cuore del business

Se fino al 2024 l’intelligenza artificiale è stata prevalentemente impiegata in iniziative circoscritte — ottimizzazione dei processi operativi, gestione dei dati — oggi le compagnie stanno portando la tecnologia al centro dei processi core. Non si tratta più soltanto di automatizzare attività di routine, ma di abilitare nuovi modelli decisionali e di servizio.
Un caso emblematico riguarda l’underwriting: algoritmi capaci di analizzare grandi volumi di dati consentono oggi di calibrare i premi in base ai comportamenti reali dell’assicurato, rendendo possibili modelli di pricing dinamico e personalizzato. Le polizze pay-how-you-drive, basate su parametri di guida e stili di vita, sono la manifestazione più concreta di questa evoluzione: il premio non è più calcolato su medie statistiche, ma sull’effettivo profilo di rischio del singolo cliente, con vantaggi tanto per l’assicurato quanto per la compagnia.
Altrettanto rilevante è l’impatto sulla prevenzione e gestione delle frodi. Molte compagnie utilizzano ormai sistemi di intelligenza artificiale per identificare automaticamente anomalie e schemi sospetti nelle richieste di risarcimento, accelerando l’individuazione dei casi fraudolenti e riducendo le perdite economiche associate. Si tratta di un ambito nel quale il ritorno sull’investimento è immediato e misurabile, e che rappresenta spesso il punto di ingresso per le compagnie che si affacciano per la prima volta all’adozione strutturale dell’AI.

Siamo di fronte, in sostanza, a un cambio di paradigma. L’intelligenza artificiale non si aggiunge al panorama tecnologico come l’ennesimo strumento da integrare: ne sta ridefinendo l’architettura complessiva. E il mercato italiano, con la sua traiettoria di crescita sostenuta e una domanda che si dichiara pronta all’interazione digitale, ha i presupposti per essere protagonista di questa trasformazione. A patto che la velocità di adozione non resti prerogativa di pochi, ma si estenda progressivamente all’intera filiera. Il rischio, altrimenti, è che il divario tra chi ha già investito in competenze, governance e roadmap e chi è ancora fermo alla fase esplorativa diventi strutturale e difficilmente colmabile.

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