Il messaggio che arriva dalle C-line aziendali è chiaro: per restare competitivi bisogna accelerare sull’adozione dell’AI. Mentre i team delle diverse funzioni nelle organizzazioni cercano di portare in produzione i vantaggi offerti dall’intelligenza artificiale e dagli agenti autonomi, però, i modelli di sicurezza (pensati per gli utenti umani) faticano a evolvere alla stessa velocità. È in questo scarto che si annida il rischio fotografato dall’Identity Security Report 2026 di Delinea. L’indagine condotta da Censuswide su circa 2.000 IT decision-maker di sette Paesi attivi nell’uso o nella sperimentazione dell’AI fotografa come la sicurezza delle identità sia rimasta indietro proprio dove servirebbe di più: nel governare chi, e che cosa, accede ai sistemi nell’era dell’Agentic AI.

Consapevolezza e visibilità

Il primo nodo è una sorta di cortocircuito di consapevolezza. La grande maggioranza delle organizzazioni (l’87%) si dichiara pronta a sostenere l’automazione basata sull’AI su larga scala, ma quasi la metà ammette al tempo stesso che la governance delle identità attorno ai sistemi di AI è carente. Delinea chiama questa contraddizione “paradosso della fiducia sull’AI”: la sensazione di essere protetti convive con l’incapacità di verificarlo. È il divario tra il dire e il misurare. Le aziende si sentono sicure di saper individuare le identità non umane che operano nei sistemi di produzione, ma solo una minoranza ne controlla davvero, in tempo reale, comportamenti e accessi. La fiducia, in altre parole, poggia su informazioni incomplete. Non è negligenza, ma un eccesso di sicurezza costruito su una visione parziale: si è pronti per ciò che si conosce, non per ciò che sfugge.

Si tratta di un divario di visibilità che è quasi universale: nove organizzazioni su dieci riconoscono di avere almeno un punto cieco sulle proprie identità. E le zone d’ombra più persistenti non si annidano nei sistemi legacy, bensì negli ambienti legati all’AI, dove le lacune sopravvivono a un ritmo quasi doppio rispetto all’infrastruttura tradizionale. A pesare di più sono gli account macchina e le identità non umane (NHI, Non Human Intelligence), comprese quelle usate dagli agenti, indicate come il principale fattore di crescita del rischio degli ultimi mesi. Il problema non è la mancanza di allarme, ma il fatto che la consapevolezza non si traduce in azione: senza un incidente conclamato, il rischio resta un’astrazione. Eppure è proprio sulle macchine che il problema impatta maggiormente: a differenza di un dipendente, un account di servizio o un agente spesso non ha un proprietario chiaro, può restare attivo per anni senza che nessuno se ne accorga. La proliferazione di identità corre più veloce della capacità di mapparla.

Identity security, tema di governance

Dietro l’immobilismo c’è anche un nodo culturale: le aziende accettano il rischio dell’AI per restare competitive, ma trattandosi di un paradigma così nuovo lo accettano senza capire davvero, sul piano qualitativo o quantitativo, quale sia quel rischio.
Il report individua tre dinamiche intrecciate dietro questa invisibilità. La prima è la priorità data alla velocità per un’effettiva governance. I controlli di identità e accesso introducono attrito in ogni flusso di lavoro — dal provisioning del cloud al deployment degli agenti, dalle pipeline CI/CD all’automazione — e quando quell’attrito si scontra con l’urgenza dell’innovazione gli standard vengono allentati. La quasi totalità delle organizzazioni subisce pressioni per ridurre i controlli di accesso a favore dell’automazione. È il copione del “pass di sicurezza” concesso a ogni nuova tecnologia: si innova prima e si mette in sicurezza dopo, salvo poi scoprire che ciò che resta indietro è quasi sempre l’identità.

Ciò che non si conosce può rappresentare il pericolo
Ciò che non si conosce può rappresentare il vero pericolo. Le lacune nel rilevamento delle identità nonostante i controlli esistenti (fonte: Identity Security Report, Uncovering the Hidden Risks of the AI Race, Delinea, 2026)

La seconda dinamica è l’esplosione dello shadow AI: strumenti e agenti adottati dal basso, senza passare dai processi di sicurezza. La diffusione fulminea di OpenClaw a inizio 2026 – migliaia di istanze esposte comparse in pochi giorni, spesso installate dai dipendenti senza il via libera dell’IT – per esempio, racconta una deriva in cui chiunque può mettere in funzione un agente con permessi estesi. Oltre la metà degli intervistati, secondo la ricerca,  incontra regolarmente strumenti non autorizzati che toccano sistemi e dati aziendali, e solo una piccola quota riesce a rilevarli in tempo reale. Proprio la natura “dal basso” del fenomeno è ciò che lo rende sfuggente: l’adozione è guidata dagli sviluppatori ma anche dai singoli dipendenti, che diventano di fatto sviluppatori improvvisati, concedendo permessi senza coglierne le implicazioni. Il punto è che queste attività, “autorizzate” quasi senza pensarci, si confondono con quelle legittime e controllate e chiunque può attivarle con estrema facilità; operando poi con le credenziali dell’utente  sulla rete non si riesce a distinguere se è un operatore umano o l’AI utilizzata da quella persona ad agire.

La terza dinamica riguarda le identità non umane lasciate senza controllo. Erano già una sfida prima degli agenti – in pochi anni sono arrivate a superare gli account umani in rapporti dell’ordine delle decine a uno – ma gli agenti aggravano il quadro perché non seguono passi deterministici: prendono decisioni contestuali, chiedono nuovi accessi, innescano modifiche di privilegio, di fatto scalando da soli i propri permessi. La differenza più grande è che con le precedenti generazioni di automazione sapevamo esattamente cosa erano progettate per fare, si osserva nel report. L’AI agentica fa cose non sempre prevedibili perché è non deterministica, e spesso è difficile persino capire perché richiede privilegi elevati. Non sorprende che la gran parte delle organizzazioni non sia sempre in grado di spiegare perché una NHI abbia compiuto un’azione privilegiata. E poiché gli agenti clonano flussi di lavoro, condividono permessi e si replicano tra ambienti, le relazioni di fiducia si espandono più in fretta di quanto la governance riesca ad adeguarsi.

A complicare il quadro è il modo in cui questi accessi vengono concessi: prevalgono ancora credenziali statiche e di lunga durata, ben più diffuse dell’autorizzazione just-in-time o dell’accesso effimero. Quasi tutte le realtà riconoscono che l’accesso permanente aumenta il rischio, eppure lo mantengono per non rallentare. La via d’uscita, suggeriscono gli esperti, parte dal gesto più elementare: disporre di un inventario delle identità a cui è stato concesso accesso permanente e limitarlo in tutti i casi in cui non è strettamente necessario.

Identità non protette ed evoluzione delle minacce, i rischi

Tutto questo pesa di più alla luce delle minacce. Le organizzazioni si aspettano che l’AI amplifichi gli attacchi legati all’identità, dal credential stuffing alla compromissione degli account privilegiati.

Gal Diskin, VP Identity Threat Product & Research e head di Delinea Labs
Gal Diskin, VP Identity Threat Product & Research e head di Delinea Labs

Per Gal Diskin, VP Identity Threat Product & Research e head di Delinea Labs, gli attacchi alla supply chain delle identità che hanno chiuso il 2025 segnano uno spostamento di fondo: “Questi attacchi partono da credenziali rubate e si propagano rubando altre credenziali. L’obiettivo è l’identità, e il metodo di propagazione è l’identità stessa”. Le violazioni nascono poi sempre più da accessi legittimi — credenziali valide, token, OAuth grant — più che dallo sfruttamento di vulnerabilità. Per cui gli aggressori non hanno bisogno di entrare con la forza, perché sono le persone a consegnare loro l’accesso in modo legittimo. Il baricentro della sicurezza, in sostanza, si sposta dal perimetro al runtime: non si tratta più solo di impedire le intrusioni, ma di validare di continuo la fiducia tra persone, macchine e agenti.
La distinzione che ribalta la logica difensiva resta critica: un accesso legittimo non significa un accesso sicuro. Molte organizzazioni sono certe che “rileveranno qualcosa”, ma rilevare a posteriori è ben diverso dal controllare e prevenire prima. È il filo che lega tutte le raccomandazioni: non si può proteggere né governare ciò che non si vede, e tutto comincia dalla visibilità.

L’approccio di Delinea

È esattamente il terreno su cui si muove Delinea, che si propone con il suo “control plane” per la sicurezza delle identità di persone, macchine e AI in ambienti on-premise, multicloud e dinamici. L’approccio parte dalla scoperta: individuare e mappare in modo continuo ogni identità — umana e non umana — prima ancora di provare a governarla, perché è proprio quell’inventario invocato dagli esperti il presupposto di qualunque policy efficace.

La piattaforma Delinea quantifica il rischio e applica i privilegi minimi attraverso un’autorizzazione intelligente e basata su policy, governata dall’AI Iris, capace di operare alla velocità delle macchine là dove la supervisione manuale diventa il collo di bottiglia. E il principio viene esteso dagli accessi fino all controllo sull’autonomia di azione degli agenti che devono avere solo il livello di autonomia e di agency necessario a svolgere la loro missione, e nulla di più. Delinea consente di sostituire progressivamente gli accessi statici con credenziali just-in-time e di avvicinare il modello ZSP (Zero Standing Privilege) al ritmo di ciascuna organizzazione, senza imporre strappi che la realtà operativa non sopporterebbe. Si parla pertanto di una traiettoria, non di un “interruttore”: l’obiettivo è ridurre la superficie di attacco e il rischio di movimento laterale che i privilegi permanenti alimentano, preservando al tempo stesso la produttività che spinge l’adozione dell’AI. Un percorso che il mercato riconosce: nel 2026 KuppingerCole ha collocato Delinea tra le aziende guida nel comparto PAM (Privileged Access Management) nel suo Leadership Compass.

Sul piano operativo, la promessa è eliminare l’attrito senza rinunciare al controllo. Per esempio Delinea Conduit affronta la frammentazione degli accessi unificando in un solo client desktop connessioni, rilascio delle credenziali e applicazione delle policy, con gestione zero-credential e monitoraggio delle sessioni: ogni protocollo e ambiente (SSH, RDP, database, Kubernetes, provider cloud) transita per un unico punto di controllo e confluisce in un solo audit trail, utile anche sul fronte della conformità. L’integrazione con StrongDM estende il modello a sviluppatori e ingegneri, con credenziali just-in-time, autorizzazione continua in esecuzione e accesso senza conflitti, a partire dall’infrastruttura già in uso. Il ritorno dichiarato è la generazione di valore e sicurezza in settimane e non in mesi, con un risparmio di risorse e un up-time significativi. In un’epoca in cui le organizzazioni concedono fiducia più in fretta di quanto riescano a governarla, ridurre l’attrito dell’identity security non è un freno all’innovazione: è la condizione per spingere sull’AI senza guidare al buio.

Per saperne di più scarica il whitepaper: Scoprire i rischi nascosti della corsa all’AI

Non perdere tutti gli approfondimenti della room: Identity Security e gestione unificata delle identità by Delinea

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi l'articolo: