Per oltre vent’anni la sicurezza logica ha tenuto conto e protetto livelli che si sono “sovrapposti” nel tempo: dalla difesa perimetrale, all’attenzione e al presidio sugli endpoint e sulle postazioni di lavoro e poi la protezione degli ambienti cloud/ibridi. E’ un approccio che non sembra in grado di poter indirizzare correttamente le nuove sfide di cybersecurity che l’intelligenza artificiale e l’Agentic AI pongono oggi.
Ogni interazione con il dato parte da una credenziale, e le credenziali possono essere rubate, “dimenticate”, si moltiplicano. Con l’automazione e l’AI agentica il fenomeno accelera e il baricentro del rischio si sposta dai contenuti generati alle singole azioni che è possibile eseguire grazie agli accessi concessi alle diverse identità. Ne parliamo con Marco Di Martino, Director of Sales EngineeringCentral & Southern Europe, Delinea.

Chi attacca fa… il login!

Il punto di partenza è proprio uno dei pochi assunti su cui l’industria è concorde: L’identità è oggi riconosciuta come il nuovo perimetro della sicurezza”, esordisce Di Martino. E qualsiasi interazione con il dato, che sia operata da una persona o da un processo automatico, è avviata grazie all’utilizzo di un’identità.
Per questo gli attaccanti scelgono oggi la via più economica: “Chi si occupa di sicurezza d’identità vede che l’attaccante per penetrare nei sistemi ed avere accesso alle informazioni fa un semplice login, ovvero prova a riutilizzare identità che sono state rubate, o provengono da un data breach precedente”. E per questo i presidi tradizionali perdono efficacia. “Un firewall non riesce a capire che si tratta di traffico anomalo perché in realtà proviene da un essere umano (o una macchina), che si è autenticato con un’identità che appare essere assolutamente legittima”.

Le identità macchina, “utilizzate da processi automatici”, esistono da sempre, ma il loro numero è cresciuto cambiando scala: account di servizio, chiavi Api e certificati si moltiplicano sotto la spinta dell’uso massivo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione. Il rapporto è decisamente ribaltato: “e una ricerca di Delinea evidenzia infatti che oggi si parli di un rapporto di 46 a 1, cioè 46 identità macchina contro un’identità umana”, con i trend che fotografano un’ulteriore crescita.
Ai volumi si somma la qualità dei permessi. I privilegi “standing”, per esempio nascono da assegnazioni che eccedono la reale necessità, per gli umani e ancor più per le macchine: “e si parla spesso di autorizzazioni che rimangono lì configurate e legate alle identità, aumentando quindi il rischio”. La conseguenza è misurabile in profondità di compromissione, perché “l’attaccante sfruttando quell’identità può arrivare più in profondità nel perimetro dell’organizzazione”, dettaglia Di Martino.

Visibilità, postura, controllo

Su questa lettura poggiano i tre pilastri su cui è costruita la proposta di Delinea. Il primo rappresenta il fondamento strategico degli altri pilastri: “Garantire visibilità vuol dire che le soluzioni Delinea hanno la capacità di fare discovery, cercare e rilevare in profondità qualsiasi tipologia di identità, sia essa umana, di tipo macchina o di tipo AI, in qualsiasi ambiente” – ambienti on-premise, cloud e ibridi – “ed allo stesso tempo restituire anche le relazioni fra identità e dato e attribuire un livello di rischio prima dell’incidente”.

Marco Di Martino
Marco Di Martino, Director of Sales Engineering – Central & Southern Europe, Delinea

Il secondo pilastro è la postura: attraverso l’analisi continua e il riconoscimento delle priorità, perché “l’organizzazione deve sapere quali sono le identità più a rischio e da dove bisogna iniziare a colmare quei gap, quelle mancanze”. Attraverso tre “lenti” prospettiche: credenziali, configurazioni, accesso. Quindi in una prospettiva che tiene al centro l’identity security posture management.

Il terzo pilastro è il controllo, che misura l’efficacia pratica delle scelte compiute a monte. Qui si collocano le funzionalità di zero standing privilege e il just-in-time access, così come i vantaggi del controllo sul livello dei privilegi che è necessario assegnare in prospettiva just-enough privilege: “Significa che si consente l’accesso a un utente che deve per esempio amministrare una risorsa, o a un agente AI che deve portare a termine determinate attività, ma su un orizzonte temporaneo e comunque in modalità controllata e vigilata”. Delinea propone quindi anche strumenti per il Vaulting delle credenziali, assicura la sicurezza delle postazioni di lavoro e prevede sistemi di Privileged Remote Access per le terze parti che amministrano risorse per conto dell’azienda. Si può parlare di uno scenario di “supply chain in prospettiva cyber”, in cui sono assicurati strumenti “moderni, leggeri, ma allo stesso tempo sicuri”.

Delinea, identity security in un mercato che matura

La percezione dei clienti su questi problemi oggi, anche se non è ancora sempre matura, conferma la bontà degli indirizzi di sviluppo su cui è impegnata Delinea.
Mentre l’attenzione sul controllo sugli accessi umani è consolidata da anni e sostenuta dalla pressione normativa – con Nis2 e Dora che impongono controlli stretti su identità e accessi – diverso il caso delle identità usate dalle AI, che vede le aziende ancora in fase di sperimentazione. “Il tema di questo tipo di identità, della sicurezza delle identità AI, è ancora abbastanza nuovo”, precisa Di Martino, “ma anche per questo è riconosciuto fondamentale indirizzare da subito le problematiche evidenti che porta”. Delinea soddisfa le esigenze “senza aggiungere frizioni ai processi di lavoro che si producono quando lo strumento non nasce da un bisogno concreto dell’utente finale”. Per farlo ha acquisito StrongDM, la cui proposition si presta in particolare per preservare l’agilità richiesta negli ambienti di sviluppo. “Gli sviluppatori o comunque chi lavora nell’ambito DevOps deve davvero accedere con facilità alle risorse, deve accedere al codice, ma vuole farlo in totale libertà e trasparenza”, spiega Di Martino, e con questo tassello “riusciamo nell’intento di coniugare sicurezza ed efficienza”.

Delinea Iris AI

Le capacità di intelligenza artificiale della piattaforma sono raccolte sotto il nome di Iris AI, in due macro ambiti. Il primo lavora sulle sessioni amministrative registrate: “i comportamenti sospetti, che in realtà sono assolutamente identificabili come un tentativo di attacco, vengono rilevati automaticamente”, con allarmi verso chi gestisce la piattaforma e indicazioni operative, perché Iris AI “suggerisce anche azioni di remediation, come poter intervenire”. Il secondo ambito interviene sul flusso autorizzativo: chi chiede l’accesso a una risorsa deve motivarne il contesto, ne viene verificata la coerenza insieme al rischio associato all’identità del richiedente. Il grado di autonomia resta una scelta dell’organizzazione: “Il sistema può arrivare anche a prendere decisioni autonome, ma questo è chiaramente una scelta da fare sfruttando gli strumenti di gestione delle policy riguardo il comportamento del modulo di Iris AI per i processi di autorizzazione”.

Quando l’agente ha “braccia e gambe”

Si entra così nel vivo dei temi relativi alla sicurezza nei progetti con l’Agentic AI. “Gli esperimenti iniziali con gli strumenti generativi hanno lasciato spazio oggi a un uso orientato a sfruttare le possibilità di automatizzare e orchestrare con l’AI: nascono agenti capaci di interagire con i sistemi, chiamare API, eseguire flussi di lavoro e decidere senza intervento umano”, specifica Di Martino, che sintetizza: “Ci piace dire che questi agenti AI rappresentano davvero braccia e gambe delle AI”.
Il baricentro dei rischi si sposta quindi: dove nell’AI generativa si discuteva di privacy ed etica, ora si parla davvero a tutto tondo di cybersecurity.
Il nodo è che, per interagire con i sistemi, ogni agente ha bisogno di identità, token e chiavi: “Ogni agente infatti ha una specifica identità con i suoi privilegi”. Restano aperte allora ancora due sfere su cui vigilare: come e dove sia possibile proteggere quelle credenziali e se l’organizzazione ne abbia visibilità. La governance tradizionale non aiuta, disegnata com’è su controlli mensili o trimestrali e su campagne di certificazione rivolte ai responsabili dei team, quindi a identità umane. “Un modo di fare governance dell’identità che è facile capire non è più in grado di tenere il passo”.

Serve una discovery continua, tarata per agire con bene presenti tre rischi ricorrenti. Per esempio, i Ghost Agent come agenti creati per un task e poi abbandonati, con un dettaglio che li rende pericolosi: “Oltre al codice dell’agent, vengono dimenticate infatti anche le credenziali che quell’agent utilizzava senza revocarle”. Ma anche gli Agent Swarm che nascono dalla possibilità di delega fra agenti, quando “un agente ne genera un altro, con specifiche deleghe, ma assolutamente senza una verifica sul trust fra loro”. E infine  i rischi legati all‘Identity Sprawl in relazione alla determinazione con cui l’agente porta a termine l’obiettivo, creando identità sui sistemi che a task concluso restano attive: “Sono tutte porte che restano aperte, se non vigilate, potenzialmente utilizzabili dagli attaccanti”.

L’utilizzo dei server MCP e i workflow di nuova generazione

Fra le novità legate all’integrazione di StrongDM, cui abbiamo già fatto riferimento, c’è infine anche il presidio dei server MCP, che consentono agli agenti di dialogare con le applicazioni attraverso il Model Context Protocol. Oggi questo è possibile farlo troppo spesso senza limitazioni, e capita che i server vengano allestiti da sviluppatori e operatori senza controllo. L’indicazione è opposta: “L’idea è quello di avere dei server MCP centralizzati, ma governati e il cui accesso avvenga in un’ottica di controllo e minimo privilegio”, raccomanda Di Martino.

Resta una domanda di fondo: ovvero quale garanzia esista che l’AI di chi controlla resti un passo avanti rispetto all’AI che agisce. Ma la risposta sta proprio nell’elevata specializzazione dell’AI che Delinea mette in campo: L’AI di Delinea, a valle di un training di lunga data, è preparata proprio per riconoscere quello che è il comportamento degli agenti AI, nelle sue specificità”, con la finalità verticale di verificare che essi non oltrepassino i propri limiti e operino in un’ottica di least privilege. E’ un impegno che caratterizza ogni giorno gli sforzi di sviluppo. 

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