Nel passaggio dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale alla verifica dei suoi effetti concreti, è il fattore umano a rappresentare l’elemento differenziante. Ed è questa anche la traiettoria che percorre il report State of the Global Workplace 2026 di Gallup, che ogni anno misura il coinvolgimento dei lavoratori e il loro benessere. La fotografia del 2025 è quella di un mondo del lavoro che arretra: il coinvolgimento, l’engagement continua a calare e i guadagni di produttività attesi dall’AI restano in larga parte sulla carta. Per Gallup la variabile che spiega questa distanza non è la tecnologia, ma il modo in cui le persone vengono guidate.
Il termometro del lavoro globale
Il report poggia su Gallup World Poll, l’indagine con cui l’istituto sonda la popolazione adulta mondiale dal 2005, attraverso un’intervista somministrata ogni anno faccia a faccia o per telefono in oltre 160 Paesi. Il campione di riferimento è la popolazione occupata dai 15 anni in su; i campioni sono probabilistici, rappresentativi a livello nazionale e ponderati sulle caratteristiche demografiche di ciascun Paese. Per il 2025 la rilevazione raccoglie poco meno di 264mila intervistati, di cui oltre 141mila occupati, tra gennaio e dicembre. Il coinvolgimento è misurato attraverso dodici item della metrica proprietaria . Una novità metodologica pesa sulla lettura dei dati territoriali: dal 2025 Gallup calcola i valori regionali su una media mobile di tre anni, e le variazioni confrontano la media 2022-2024 con quella 2023-2025. Il margine di errore, per i campioni regionali di occupati, oscilla tra ±0,26 e ±2,37 punti percentuali.

Il paradosso della produttività
Il coinvolgimento globale scende ancora, al 20%, in arretramento dal picco del 23% toccato nel 2022 e per la prima volta in flessione per due anni consecutivi, ai minimi dal 2020. Poiché ogni punto percentuale equivale a circa 21 milioni di occupati, la contrazione ha una scala di massa; nessuna regione del mondo ha migliorato il proprio dato nell’ultimo anno. Il costo stimato del basso coinvolgimento è di circa 10mila miliardi di dollari in produttività persa, pari al 9% del Pil mondiale.
Su questo sfondo il report colloca il divario tra le promesse dell’AI e i suoi ritorni misurabili. Uno studio del Mit citato nel documento rileva che, a fronte di circa 40 miliardi di dollari di investimenti aziendali, il 95% delle organizzazioni non registra alcun impatto misurabile sui profitti; un’indagine Nber (National Bureau of Economic Research) su quasi 6mila dirigenti segnala che l’89% non vede effetti sulla produttività del lavoro. Nei dati Gallup, solo il 12% dei dipendenti delle organizzazioni che hanno adottato l’AI concorda pienamente sul fatto che la tecnologia abbia trasformato il modo di lavorare.

La lettura che l’amministratore delegato di Gallup, Jon Clifton, propone parte da una constatazione secca: “La tecnologia funziona”. Il punto, argomenta, è altrove: “Gli effetti sul lavoro non si traducono però in effetti nei bilanci”. La risposta che Clifton individua chiama in causa un fattore che il mondo delle imprese avrebbe a lungo trascurato, il manager. Nelle organizzazioni che investono in AI, osserva, il predittore più forte dell’adozione da parte dei dipendenti, dopo l’integrazione tecnica, è che il diretto responsabile la sostenga attivamente: “Nemmeno la rete neurale più sofisticata può sopperire a un team leader indifferente”. Da qui la tesi che percorre l’intero report: “Vincere la rivoluzione dell’AI dipenderà non solo dalla tecnologia che si adotta, ma anche da quanto bene si guidano le persone che la usano”.
Il manager, variabile decisiva
Il dato che più sostiene questa lettura riguarda quindi proprio chi guida i team. Dal 2022 il coinvolgimento dei manager è calato di nove punti, con la flessione più marcata tra il 2024 e il 2025, dal 27% al 22%: chi ricopre un ruolo di responsabilità non gode più di quel “premio di coinvolgimento” che storicamente lo distingueva da chi coordina. Che il declino non sia ineluttabile lo mostra il confronto con le organizzazioni di riferimento, dove i manager coinvolti sono il 79%, quasi il quadruplo della media mondiale. Il legame tra gestione e resa della tecnologia emerge con nettezza dai dati statunitensi. Nelle aziende che investono in AI, i dipendenti che riconoscono un sostegno attivo del proprio responsabile all’uso degli strumenti hanno una probabilità 8,7 volte maggiore di ritenere che l’AI abbia trasformato il lavoro e 7,4 volte maggiore di dire che permette loro di fare ciò in cui riescono meglio. Eppure meno di un dipendente statunitense su tre, tra quelli in organizzazioni che stanno adottando l’AI, riscontra un simile sostegno da parte del proprio manager.
Engagement, Europa, fanalino di coda
È in questo quadro che si inseriscono i dati europei, i più critici sul fronte del coinvolgimento. Con il 12% di occupati coinvolti, l’Europa resta la regione con il valore più basso al mondo, in lieve calo nell’ultima rilevazione.

La quota di chi non è coinvolto tocca il 73%, mentre il 15% è attivamente “dis-ingaggiato”: nella media continentale, quasi nove lavoratori su dieci mantengono un legame debole o nullo con il proprio lavoro. Il divario di ruolo ricalca quello globale ma su livelli più contenuti: i manager coinvolti sono il 16%, gli altri collaboratori il 10%.
Le differenze di genere ed età sono invece minime, con valori compresi tra il 12% e il 13% in tutte le fasce. Letto attraverso la chiave interpretativa del report, un tessuto in cui quasi tre lavoratori su quattro non sono coinvolti rappresenta un terreno poco pronto ad accogliere il cambiamento: se il coinvolgimento è anche una misura della disponibilità ad adottare nuovi strumenti, l’Europa parte da una posizione di svantaggio nella corsa a tradurre l’AI in risultati.
La distanza dell’Europa non è fenomeno recente. Il coinvolgimento continentale si muove da anni in una banda ristretta attorno al 12-13%, senza mai avvicinare la media globale. Una lettura del gap gestionale arriva da una rilevazione condotta da Gallup in Germania: solo il 21% dei dipendenti di organizzazioni che usano l’AI dichiara che il proprio responsabile ne sostiene attivamente l’adozione, un dato in linea con la scarsità di sostegno manageriale osservata altrove.
Benessere in controtendenza
Il paradosso europeo è che a un coinvolgimento fra i più bassi corrisponde un benessere percepito tra i più alti. La quota di chi “prospera” nella valutazione della propria vita sale al 49%, in aumento di due punti: insieme all’America Latina, l’Europa registra l’incremento più ampio dell’anno e resta ben sopra la media mondiale del 34%. Chi si trova in difficoltà è il 48%, chi soffre appena il 4%, in calo di un punto.
Coerente con questo quadro è la “fisionomia emotiva” del continente, con emozioni negative quotidiane più contenute rispetto alla media globale. Lo stress riguarda il 39% dei lavoratori europei, contro il 40% mondiale; la rabbia il 15% a fronte del 22% globale; la tristezza il 17% contro il 23%; la solitudine il 13% contro il 22%. Anche il giudizio sul mercato del lavoro è più disteso: il 57% ritiene che sia un buon momento per cercare un impiego, contro il 52% della media mondiale.
La combinazione compone un ritratto peculiare: gli europei valutano positivamente la propria vita e vivono giornate relativamente serene, ma restano i lavoratori meno legati psicologicamente a ciò che fanno. È lo spazio in cui, secondo la tesi di Gallup, si giocherà anche la resa dell’AI nel continente, meno una questione di strumenti e più di qualità della gestione delle persone.
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