Prima del profitto, viene la persona. Il lavoro non è solo economia: è dignità, identità, speranza nel futuro. In un mercato in rapida trasformazione, con la tecnologia che accelera i cambiamenti e riscrive le regole del gioco, opportunità e rischi convivono in un equilibrio sottile che impone scelte chiare e responsabilità concrete.

È questo il filo conduttore del convegno Lavoro, Dignità, Futuro. Dal Disagio all’Opportunità: Istituzioni, Imprese e Terzo settore per la Creazione di Valore e Reintegrazione sociale, promosso da GMaC (Give Me a Chance) associazione di volontariato che da dieci anni aiuta le persone disagiate a trovare un lavoro, con il patrocinio di Fondazione Deloitte, che a marzo ha riunito attori diversi attorno a una domanda cruciale: come rendere l’inclusione lavorativa una leva capace di sostenere le fragilità e, allo stesso tempo, rafforzare competitività e coesione sociale?
Un confronto tutt’altro che astratto. L’atmosfera è quella di un dialogo vivo, costruito su esperienze, responsabilità condivise e una convinzione emersa con chiarezza: il lavoro non è soltanto una fonte di reddito, ma una componente essenziale dell’identità personale e della realizzazione umana.

Don Nazario Costante
Don Nazario Costante, responsabile della Pastorale del Lavoro della Diocesi Ambrosiana

A orientare il dibattito è la riflessione di don Nazario Costante, responsabile della Pastorale del Lavoro della Diocesi Ambrosiana, che pone una questione di fondo che ha stimolato tutti gli interventi dei diversi relatori: “Il modo in cui una società organizza e custodisce il lavoro dice molto di ciò che quella società sta diventando”.
Una chiave di lettura che trasforma il lavoro in una vera e propria cartina al tornasole della qualità della convivenza sociale. Perché, se il lavoro dignitoso, stabile e inclusivo genera coesione, quello sfruttato, precario o escludente finisce per indebolire il tessuto stesso delle relazioni sociali.

Lombardia: numeri solidi, fratture profonde

Il contesto lombardo, tra i più dinamici del Paese, offre dati apparentemente rassicuranti. Secondo Istat, nel 2025 gli occupati hanno superato i 4,5 milioni, con un tasso di occupazione vicino al 70% e una disoccupazione intorno al 3%.
Eppure, dietro questa stabilità si nasconde una realtà più complessa.
Quando si pensa all’esclusione dal mondo del lavoro spesso si guarda alle oltre 200mila persone con disabilità in età lavorativa che restano spesso ai margini dei percorsi occupazionali. Il fenomeno è molto più trasversale (come testimoniato dai circa 19mila casi trattati dai centri di ascolto della Caritas milanese): dai giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro, alle persone over 50 che perdono il lavoro, agli anziani in condizione di fragilità crescente, ai cittadini stranieri che faticano a integrarsi. La fotografia di una parte significativa della popolazione esposta a vulnerabilità economica e sociale. Sempre più rilevante è anche il fenomeno dei working poor: persone che lavorano ma non riescono comunque a raggiungere condizioni di vita dignitose. Un dato che cambia radicalmente la prospettiva: avere un lavoro non è più sufficiente per uscire dalla fragilità. Il lavoro esiste, ma non sempre protegge. Diventa inevitabile dunque porsi la domanda sulla qualità del lavoro che il mercato offre.

Quando la tecnologia entra in questo equilibrio fragile

È all’interno di questo scenario che la trasformazione tecnologica assume un ruolo decisivo. Non come tema isolato, ma come fattore trasversale che può rafforzare — o incrinare — gli equilibri esistenti. Le opportunità sono evidenti: accesso diffuso alle informazioni, strumenti di formazione digitale, lavoro a distanza, tecnologie assistive in grado di supportare percorsi di inclusione.
Ma è sul versante dei rischi che il dibattito si fa più urgente.

Il primo riguarda il divario digitale. La digitalizzazione crescente dei processi di selezione, formazione e gestione del personale può ampliare la distanza tra chi possiede competenze adeguate e chi ne è privo, trasformando una disuguaglianza sociale in una barriera strutturale.
Un secondo elemento critico è l’uso di sistemi automatizzati nei processi di selezione del personale. Quando selezione e valutazione sono supportate da modelli algoritmici, il rischio è una progressiva opacità dei criteri e una riduzione della persona a un insieme di dati, con implicazioni sulla trasparenza e sulla possibilità di comprendere o contestare le decisioni.
A questi fattori si aggiunge l’impatto dell’automazione, che può produrre effetti ambivalenti: da un lato maggiore efficienza, dall’altro riduzione di alcune mansioni e possibile dequalificazione di ruoli tradizionalmente accessibili anche a soggetti più vulnerabili.
Nel loro insieme, questi elementi delineano un rischio più ampio: quello di una nuova segmentazione del mercato del lavoro, in cui le fragilità non vengono assorbite, ma amplificate dai processi di trasformazione tecnologica. 

Rimettere la dignità al centro

Per questo, nel corso dal convegno emerge con forza la necessità di ribadire la centralità della persona nel lavoro come principio guida delle politiche di inclusione e dei modelli organizzativi. In questa prospettiva si inserisce l’esperienza di GMaC, che attraverso percorsi di tutoring e accompagnamento personalizzato interviene sulle condizioni di fragilità, riducendo le barriere all’ingresso e rafforzando l’autonomia delle persone. Accanto a ciò, si sottolinea l’importanza di un’alleanza stabile tra istituzioni, imprese e terzo settore, capace di affrontare in modo coordinato le nuove forme di disuguaglianza lavorativa. La sfida, infatti, non riguarda solo l’accesso al lavoro, ma la qualità dell’inclusione sociale che il lavoro è in grado di garantire.

 Direttrici operative 

Il dibattito indica alcune linee di azione concrete:

  • Rafforzare i percorsi di orientamento e accompagnamento personalizzato per le persone più fragili;
  • Investire in modo strutturale nelle competenze digitali di base, considerate una vera infrastruttura di cittadinanza lavorativa;
  • Sviluppare modelli di inserimento che integrino formazione, tutoraggio e ingresso in impresa;
  • Garantire maggiore trasparenza nei processi di selezione e valutazione, soprattutto quando supportati da strumenti digitali.

Perché la misura dell’innovazione sociale non sta solo nella creazione di nuove opportunità, ma nella capacità di renderle realmente accessibili. E in questo la tecnologia potrebbe giocare un ruolo positivo se viene utilizzata non solo a partire dal punto di vista del profitto ma come elemento in grado di creare valore attraverso un’inclusione che sia reale e non solo di facciata.

Responsabilità condivise

Evitare che queste indicazioni restino sulla carta significa chiamare in causa tutti gli attori sociali coinvolti. Le istituzioni pubbliche sono chiamate a rafforzare i programmi di formazione digitale — di base e avanzata — rendendoli accessibili soprattutto a disoccupati di lungo periodo e persone fragili, e a rendere strutturali i percorsi di accompagnamento al lavoro, superando interventi frammentati.
Le aziende devono affrontare un vero cambio di paradigma: integrare valutazione umana e strumenti algoritmici evitando automatismi esclusivi, investire in upskilling e reskilling continuo e costruire ambienti di lavoro realmente inclusivi, capaci di valorizzare anche le fragilità.
Il terzo settore, infine, svolge un ruolo decisivo di mediazione e accompagnamento: costruire percorsi di orientamento, mentoring e tutoring e agire come ponte tra istituzioni e imprese, traducendo opportunità complesse in percorsi concreti per persone concrete.

Il nodo, innovazione e responsabilità

Il punto, in definitiva, non è fermare l’innovazione tecnologica, ma governarla. Già Simone Weil metteva in guardia dal rischio di un progresso tecnico privo di direzione umana: “La tecnica, quando diventa fine a sé stessa, schiaccia l’uomo invece di servirlo”. Non dobbiamo credere che il futuro del lavoro sia già scritto e che l’evoluzione tecnologica sia inevitabile e quindi vada semplicemente accettata. Occorre impegnarsi perché la tecnologia abbia un “cuore” e diventi strumento per aiutare a costruire una società migliore, inclusiva, solidale, capace di restituire dignità a quanti vivono in una grande incertezza e hanno perso la speranza di un futuro migliore per sé e per le generazioni future.

*Cosimo Delfino advisor strategico attivo anche nel settore no profit. Collabora con aziende Ict e con le università su iniziative di innovazione e formazione

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