Nel settore moda è difficile comprendere l’impronta ambientale complessiva guardando semplicemente al “prodotto” finale. Non si può percepire nella vetrina o nel capo finito, ma bisogna guardare a monte: alle materie prime, alle lavorazioni, ad una filiera lunga e affollata di fornitori, spesso realtà anche molto piccole. Una geografia produttiva così frammentata rende difficile perfino conoscere con certezza da dove arrivi ogni componente e chi lo abbia lavorato: figurarsi misurarne – fornitore per fornitore – consumi, sprechi ed emissioni. È qui che si concentra la parte più impegnativa della sostenibilità, ed è qui che le nuove regole europee di rendicontazione (direttiva Csrd e standard Esrs) chiedono ora numeri misurati e dimostrabili.

Il contesto e il bisogno

Per un gruppo che mette insieme molte aziende, la questione diventa quindi anzitutto di dati. È la sfida di HModa, polo del made in Italy della moda nato nel 2017 dall’iniziativa della holding Hind – oggi diciannove società partecipate (tra cui Uno Maglia, Alex&Co, Rbs, Albachiara, Gab), circa 2.450 addetti e un giro d’affari vicino ai 300 milioni di euro – che sceglie di trattare la sostenibilità con lo stesso metodo con cui si governa una fabbrica.

Il percorso inizia nel 2022 su base volontaria, con l’intenzione di dotarsi da subito di una rendicontazione seria. Il calendario corre veloce però: ciò che nel 2022 è un esercizio facoltativo diventa, con le direttive europee, un obbligo scandito da scadenze precise. E le diverse aziende arrivano da storie differenti, con gradi di digitalizzazione e sistemi informativi disomogenei. All’inizio le informazioni ambientali vengono raccolte in grandi fogli di calcolo passati di mano tra funzioni e società. Un espediente che funziona quando le realtà da seguire sono poche e si inceppa appena il perimetro si allarga: i dati si moltiplicano, gli errori pure, e dimostrare a un revisore da dove arriva un numero diventa un’impresa. “Finché il perimetro era limitato, il sistema risultava adeguato – ricorda Vittoria Giachino, sustainability manager per l’area ambiente ed energia del gruppo – ma con la crescita – prosegue – diventa necessario adottare un sistema unico e standardizzato”, capace di reggere insieme l’espansione e gli obblighi normativi.

Il metodo e la soluzione

Il modo in cui HModa arriva a risolvere il problema “pesa” quanto la soluzione stessa. Nel 2023 il gruppo apre una selezione mirata, in cerca di una piattaforma che possa crescere con esso e rispondere a Csrd ed Esrs; la individua nella proposta Mesa, e non per ragioni soltanto tecniche.

Vittoria Giachino
Vittoria Giachino, sustainability manager per l’area ambiente ed energia del gruppo HModa

“Mesa evidenzia una conoscenza reale e una profonda expertise della sostenibilità – osserva Giachino – non è semplicemente un software di reporting finanziario adattato all’Esg“. La differenza non è di dettaglio: la sostenibilità viene affrontata come un terreno con logiche proprie, non come un’appendice della contabilità. L’avvio del progetto, tra ottobre e novembre 2023, si rivela articolato. I quattro mesi preventivati diventano una decina, spesi a lavorare gomito a gomito tra i due team in quella che in azienda definiscono di “istruzione reciproca”: il tempo necessario a piegare lo strumento alla complessità vera del gruppo, invece del contrario.

La piattaforma è organizzata in moduli e diventa il luogo in cui converge la rendicontazione dell’intero gruppo. A ciascuna società corrispondono flussi di lavoro propri, ruoli definiti, accessi differenziati e controlli di validazione; chi si occupa di sostenibilità, chi di finanza e i referenti Esg delle aziende lavorano nello stesso ambiente. Il perno è la tracciabilità: per ogni voce il sistema registra chi l’ha immessa, quando è cambiata e con quale documento a sostegno, proprio ciò che un audit va a cercare. Su questa base il gruppo controlla l’intero campione dei dati caricati, mentre i caricamenti automatici, le nomenclature uniformi e le regole di aggregazione restringono lo spazio dell’errore manuale. Il fatto che tutto viva in un solo ambiente, poi, cambia anche i tempi: aggregare i numeri di decine di realtà diventa questione di pochi passaggi, là dove prima significava riconciliare a mano tabelle costruite con criteri diversi. L’ultimo innesto guarda al punto più delicato della moda, la filiera: cruscotti dedicati ai fornitori e indicatori costruiti apposta, che raccolgono le informazioni e le restituiscono in una forma che serve a decidere, non solo a compilare un rendiconto.

I vantaggi

A qualche anno dall’avvio del progetto, il guadagno più tangibile è la capacità del gruppo di assorbire in modo rapido i cambiamenti. Una società appena acquisita entra nel sistema in tempi brevi e con le stesse regole delle altre; la chiusura del reporting è più rapida; l’attendibilità delle informazioni è cresciuta, e con essa la tranquillità con cui possono essere portate davanti a un cliente o a un revisore. Sulla piattaforma operano oggi più di venticinque persone, e meno tempo speso a ricomporre i numeri significa più tempo per leggerli. Il cambiamento maggiore, però, non è di efficienza ma di sostanza: la sostenibilità cessa di essere una scadenza da preparare una volta l’anno e diventa un’attività continua, parte del modo in cui il gruppo si governa. “Il progetto si è stabilizzato” – conferma Giachino -, confermando di aver trovato “una modalità di lavoro efficace sia internamente sia con le aziende del gruppo”. Per un’organizzazione che continua ad allargarsi, è la differenza tra rincorrere i dati e trovarli già pronti.

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