Siamo a un mese dalla scadenza della presentazione della candidatura per realizzare le GigaFactory AI europee.
Il 12 novembre chiuderà la gara indetta dall’Unione Europea lo scorso 30 luglio, per decidere dove, chi, come, quando verranno costruite le sette GigaFactory dedicate all’AI, volute per accelerare la presenza dell’Europa nel mercato dell’intelligenza artificiale. Con una roadmap ben definita: la selezione tra i paesi candidati avverrà nei primi mesi del 2027 e la piena operatività delle GigaFactory dovrà essere garantita entro 18 mesi dall’avvio dei lavori.

L’Italia ha confermato di voler giocare un ruolo da protagonista nella corsa all’AI, in compagnia di altri 15 stati membri che hanno mostrato lo stesso interesse.
Il progetto europeo ha una anima pubblica e anima privata: fino a 10 miliardi di euro saranno i finanziamenti pubblici garantiti dalla UE, in grado di sbloccare almeno 20 miliardi di euro di investimenti privati in tutta l’Unione.

Un’arena importante nella quale stare. Ma a precise condizioni.

A che punto siamo

La proposta italiana per la candidatura è in via di definizione, lo ha confermato il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti, all’evento Valore AI di Almaviva.

Dovrebbero scendere in campo alcuni grandi attori industriali nazionali, dando vita a una NewCo dedicata: Eni, Enel, Leonardo, Saipem, Snam, Terna, FiberCop, Cdp con un investimento iniziale ipotizzato di circa 1,2 miliardi di euro, a tendere oltre i 5 miliardi di euro.

L’ambizione italiana ricalcherà quella europea, dove la rete di GigaFactory AI mira ad ampliare la capacità di calcolo AI e consentire agli attori del panorama economico (startup, scaleup, Pmi, industria, accademia, PA) di accedere a infrastrutture per la formazione, l’inferenza, l’addestramento di modelli avanzati di AI, nel rispetto delle norme dell’UE in materia di protezione, sicurezza ed etica dei dati.

Ma la questione è ben oltre l’hardware che verrà messo in campo, oltre i data center.
L’interesse economico risiederà soprattutto nell’ecosistema che si svilupperà attorno all’infrastruttura. Perché non si tratta solo di colmare il divario infrastrutturale tra Europa e Usa, o la frammentazione interna nel mercato europeo (terreno impervio). Ma di avere competenze per creare modelli, servizi applicativi, armonizzare l’intero ecosistema, convincere il mercato della validità del progetto. 

Essere pronti in 18 mesi dopo l’assegnazione del bando significa non ritardare con autorizzazioni, opere civili, contratti con fornitori, a partire dalla sfida energetica per alimentare i grandi poli e sostenere la domanda. 

L’incognita più grande sarà stimare fin da subito la reale richiesta di capacità di calcolo da parte del mercato, quali saranno gli stimoli dal mondo universitario e della ricerca per accedere a risorse computazionali finora lontane, quanti progetti di clienti industriali atterreranno in queste GigaFactory, se saranno contratti pluriennali o occasionali, quanta capacità di calcolo sarà richiesta dalle imprese italiane nei settori manifatturiero, energetico, farmaceutico, finanziario perché realmente intenzionate ad aumentare la loro competitività.
Avere l’infrastruttura non basta per rendere l’Europa e l’Italia più competitive, ma questo lo sapevamo già. 

Il 12 novembre vedremo quale sarà la progettualità italiana per aggiudicarsi una delle candidature, aspettandoci non solo una dichiarazione di intenti ma una proposta ben strutturata e documentata. Industriale.

La sfida 2027, entrati nella rosa dei sette, rimarrà quella di stimolare ancora prima di partire un mercato italiano che ad oggi usa l’AI in modo marginale.

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