Ne parliamo da sempre con i Cio ospiti a Cio Café che la digital transformation sta cambiando profondamente il modo di lavorare. Il modo in cui le aziende rivedono le proprie dinamiche, i processi, le governance interna, inventando nuovi business e dandosi nuovi obiettivi, in accordo con il management aziendale.
Ma soprattutto in queste settimane di emergenza sanitaria, in molte aziende i nodi dei ritardi nell’adozione di nuove tecnologie o di scarsi investimenti in tempi “tranquilli” sono venuti al pettine, e si affiancano ai ritardi infrastrutturali accumulati negli anni, alla carenza di investimenti pubblici e privati in skill, all’ancoraggio a logiche padronali di lavoro.

Oggi che il Covid-19 ha rappresentato, come dice il sociologo Domenico De Masi“il più grande esperimento a cielo aperto di smart working guardiamo questo fenomeno con Massimo Canducci, Chief Innovation Officer di Engineering, ospite inusuale di una rubrica che prende il caffè con il Cio delle aziende utenti, dal manifatturiero alla sanità. Ma uno strappo alla regola in questo momento è dovuto, ci aiuta a chiarire quali strumenti adottare per contribuire ad arginare la pandemia, legata alla diffusione del Covid-19. Focalizzandoci su due aspetti: smartworking e gestione dei dati personali, messi al servizio della sanità.

Partiamo dallo smart working. “Se in queste settimane lo smart working ha semplificato e permesso la sopravvivenza delle aziende, va detto che attuarlo in modo da consentire alle persone di essere realmente produttive ed efficienti è tutt’altro che semplice” esordisce Canducci , ribadendo la difficolta a creare un digital workplace “in equilibrio” tra spazio virtuale e spazio fisico. “E’ a tutti gli effetti una rivoluzione digitale che aumenta la produttività dell’intera organizzazione lavorativa, migliora lo scambio di informazioni e l’apprendimento, permette di lavorare in sicurezza in viaggio e a distanza”. Un processo che la stessa Engineering ha avviato al suo interno, con 11 mila dipendenti in 65 sedi in grado di lavorare in smart working (in Italia, Belgio, Germania, Norvegia, Repubblica di Serbia, Spagna, Svezia, Svizzera, Argentina, Brasile e Usa) e di gestire da remoto ben 250 mila postazioni di lavoro di clienti. “Ma serve una nuova cultura aziendale, che porti avanti di pari passo avanzamento tecnologico e formazione delle persone, che portano a una maggiore produttività (personale e collettiva)” precisa con programmi di change management, metodologie innovative di e-learning e piattaforme sia di mercato (Microsoft Office365) che open (LiveBox Suite), che permettono di aumentare nello stesso momento produttività e sostenibilità. Vale la pena ribadirlo.

Dati personali al servizio dell’emergenza

Ma guardiamo ora all’altro tema legato al momento contingente, che riguarda i dati, considerati dalle aziende il vero petrolio da anni, il cui utilizzo può contribuire a definire una strategia di uscita da questa emergenza sanitaria.
Oggi la procedura per il contenimento della diffusione del Covid-19 non viene fatta sfruttando i dati che le varie tecnologie personali dei cittadini (cellulari in primis) potrebbero mettere a disposizione ma per lo più si basa sul tentativo di individuare i soggetti contagiati e di ricostruire insieme a loro quello che hanno fatto nei giorni precedenti (chi hanno incontrato, dove sono stati) per frenare il contagio a catena che rischia di diventare incontenibile. “Bisogna arrivare a concepire un modello secondo il quale se il dato personale può contribuire a salvare la vita delle persone, allora quel dato deve poter essere responsabilmente utilizzato”. Andiamo per gradi.

Massimo Canducci, Cio di Engineering
Massimo Canducci, Cio di Engineering

“Oggi l’individuazione del grafo di contagio è un’operazione lunga, complessa e in cui il tempo è una variabile determinante ed il vero problema è che questa fase di ricerca viene compiuta essenzialmente intervistando le persone, cercando successivamente di recuperare con enorme fatica i nomi di tutti quelli che possono aver incontrato nello stesso vagone del treno, nello stesso ristorante o alla stessa riunione di lavoro e scontrandosi inevitabilmente con errori, imprecisioni e potenziali omissioni volontarie” precisa. Non viene fatta sfruttando la tecnologia che invece sarebbe un valido alleato.
“In Corea del Sud la questione è stata affrontata in modo molto pragmatico, utilizzando tutte le informazioni disponibili allo scopo di identificare i cittadini potenzialmente infetti e prevenire il contagio di altre porzioni di popolazione. Tra le informazioni disponibili ci sono anche le immagini delle telecamere di sicurezza, le transazioni delle carte di credito, i dati di posizionamento rilevati da smartphone e automobili”.

E’ di queste ore la segnalazione da parte degli operatori telefonici di un dato allarmante per l’Italia che, stando agli spostamenti degli smartphone sul territorio italiano, affermano che  il 40% della popolazione si muove sul territorio, non attuando le direttive conformi al decreto #iorestoacasa.

“In Italia le analisi vengono fatte manualmente e con molta fatica, quando in realtà esiste una gigantesca base dati completa, precisa ed affidabile, in grado di fornire l’informazione puntuale di dove fossimo in un certo momento e con chi: si tratta dell’enorme mole di informazioni generate da noi stessi attraverso gli smartphone, dispositivi che sono utilizzati dalla quasi totalità della popolazione, strumenti che in ogni istante memorizzano le informazioni sulla nostra posizione e le utilizzano per scopi commerciali, per migliorare il nostro profilo da consumatore o per metterci meglio in relazione con i nostri contatti sui social”.

Il suggerimento di Canducci e che se invece di utilizzare la tecnica delle interviste per determinare posizione e spostamenti, fossimo in grado di accedere direttamente a queste informazioni avremmo i dati immediatamente, senza possibilità di errori, e saremmo in grado di intervenire con maggiore rapidità. Ma proprio qui la questione. “Il vero problema è che questi dati non sono nella nostra reale disponibilità, siamo nel terribile paradosso per cui noi produciamo dei dati con i nostri comportamenti quotidiani, li cediamo ad aziende private che ne fanno un uso commerciale aiutandoci a scegliere un prodotto o proponendoci una vacanza, ma questi dati non possono essere utilizzati da quegli enti dello Stato che invece stanno lavorando per salvarci la vita e che attraverso quei dati potrebbero migliorare enormemente la loro efficienza. La situazione si complica ulteriormente quando dai semplici dati geografici proviamo a spostare l’attenzione sui dati sanitari rilevati da altri tipi di dispositivi personali indossabili come gli smartwatch, molti di noi infatti utilizzano dispositivi in grado di rilevare il battito cardiaco, la temperatura corporea, la pressione arteriosa e di effettuare veri e propri elettrocardiogrammi. Questi dati vengono solitamente utilizzati per costruire una sorta di profilo sanitario dell’utente e in alcuni casi hanno contribuito ad individuare precocemente qualche problema di salute”.

“Tutte queste informazioni, date in pasto ad algoritmi tradizionali, non c’è bisogno di scomodare l’intelligenza artificiale, potrebbero fornire un grande aiuto alle nostre capacità di affrontare un’emergenza sanitaria su scala nazionale, ma purtroppo, nonostante siano prodotte da noi, non sono nelle disponibilità degli enti che potrebbero usarle come strumento utile a salvare le nostre vite”.

Da data monetization a data sustainability

Il dibattito sulla privacy in tempi di Covid-19 alza l’attenzione su una nuova modalità con cui far convivere le norme che tutelano la nostra privacy con i casi eccezionali di emergenza, come quella in corso. “In futuro sarà essenziale aggiungere al concetto di data monetization un più moderno concetto di data sustainability per fare in modo che l’insieme dei dati che produciamo come individui possa essere utilizzato in varie modalità, tutelando il più possibile la nostra riservatezza, per aiutare le autorità in situazioni eccezionali in quei processi che hanno l’obiettivo di salvare le nostre vite”.

Secondo Canducci non sarà facile, in quanto le norme attuali sembrano non concedere grandi spazi in questa direzione. “Anche il decreto legge 14 del 9 Marzo 2020 “Disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale in relazione all’emergenza Covid-19” che consente alle istituzioni la raccolta direttamente dalla popolazione dei dati personali che si ritengono utili, anche quelli definiti più sensibili (dati biometrici e informazioni su condanne penali e reati), fa unicamente riferimento alla possibilità di gestire in modo semplificato l’autorizzazione e di omettere l’informativa”.

“Quel che andrebbe fatto – conclude – è individuare le giuste modalità che consentano alle istituzioni, in situazioni di emergenza sanitaria, l’accesso ai dati prodotti dai cittadini con i loro smartphone e i loro dispositivi wearable, dati che solitamente sono utilizzati per fini di profilazione commerciale, in modo che possano essere utilizzati per aiutare i cittadini stessi, consentendo loro di non ammalarsi, di non contagiare il resto della popolazione e spesso salvando loro la vita”. Ritornando sulla prima affermazione: “Bisogna arrivare a concepire un modello secondo il quale se il dato può contribuire a salvare la vita delle persone, allora quel dato deve poter essere responsabilmente utilizzato”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA