Nuova misura di confronto geopolitico, le critical raw material (Crm) sono sotto l’attenzione quotidiana di istituzioni, governi e imprese per la loro importanza nella realizzazione della transizione ambientale e digitale, o in settori strategici come aerospazio e difesa. Tra varie iniziative, dal 2011 l’Unione Europea pubblica periodicamente una lista di materie prime critiche, selezionate per la loro importanza economica e per il rischio di approvvigionamento. Dalle 14 Crm individuate nell’anno del primo critical assessment (2011), la lista si è progressivamente ampliata, accogliendone 20 nel 2014, poi 27 nel 2017, per salire a 30 nel 2020. Oggi, nella lista 2023, sono menzionate 34 materie prime critiche, mentre un nuovo aggiornamento è atteso nel 2026

L’ampliamento non è, però, solo numerico; sottende piuttosto un cambio di paradigma o una evoluzione: affiancando al concetto di “criticità” quello di “strategicità”, la Commissione Europea individua un subset di 17 materiali (tra i 34 menzionati), decisivi per sicurezza e contrasto al cambiamento climatico, ma anche “semplicemente” per l’innovazione e la competitività.

Materie prime critiche strategiche (in giallo)
Materie prime critiche strategiche (in giallo, fonte: Consiglio Europeo)

La nuova categoria include, infatti, anche materiali come rame e nichel, non particolarmente a rischio di fornitura, ma fondamentali per l’industria, delineando una più corretta attenzione al sistema delle materie prime in generale, non solo per la loro rarità, quanto per i processi di trasformazione che li incorporano. A tal fine, con il Critical Raw Materials Act (Crma), approvato nel marzo 2024, l’UE ha realizzato un quadro normativo unitario per garantire approvvigionamenti sicuri e sostenibili.

Un recente studio del Criet – Centro di Ricerca Interuniversitario in Economia del Territorio dell’Università di Milano-Bicocca – in collaborazione con Istat, ha scelto di ribaltare la prospettiva: non partire dall’offerta – cioè presso quali Paesi o fonti reperire le materie prime critiche – ma dalla domanda effettiva espressa dal sistema produttivo nazionale. In altre parole, attraverso un approccio country based, data driven e industry specific, ci si chiede: le imprese italiane utilizzano davvero queste risorse? E in caso di risposta affermativa, le impiegano realmente per la cosiddetta twin transition?

Materie prime critiche/strategiche/rilevanti: classifica delle importazioni nel 2023 (ordinamento per valore, prime 10 posizioni)
Materie prime critiche/strategiche/rilevanti: classifica delle importazioni nel 2023 – dati provvisori, con ordinamento per valore, prime 10 posizioni (fonte: Di Gregorio A., Chierici R., Cavallo A., Lanzi C., Morrone M., Soriani L, Tortora D. 2025. Critical Raw Material. Quali Sfide per le Materie Prime Critiche, Strategiche e Rilevanti in Italia. Criet– Centro di Ricerca Interuniversitario in Economia del Territorio, Università degli Studi di Milano-Bicocca, pp. 1-360)

Lo studio analizza le importazioni realizzate tra il 2015 e il 2023 come proxy del fabbisogno industriale effettivo, dal momento che un fabbisogno di materie prime critiche può essere soddisfatto (1) mediante la loro disponibilità interna, ottenuta tramite estrazione/raffinazione, e oggi feldspato e fluorite sono le uniche materie prime critiche coltivate in Italia, e/o facendo ricorso a materie prime seconde. L’Italia, pur essendo leader in Europa nel riciclo complessivo (85,6% dei rifiuti totali trattati), è ancora in fase di sviluppo nel riciclo delle Crm. Entrambe le opzioni sono, quindi, di modestissima entità ad oggi nel nostro Paese. Un segnale positivo arriva dall’entrata in funzione del primo centro industriale nazionale capace di trattare integralmente batterie agli ioni di litio, recuperando una “black mass” con purezza del 99,6% contenente litio, cobalto e nichel. Un tassello importante, ma isolato e non sufficiente.

Altra via di approvvigionamento è (2) l’acquisto esterno. Proprio a tale modalità fa riferimento lo studio, ricostruendo i flussi nazionali di importazioni tra il 2015 e il 2023 per 45 elementi: 33 materie prime critiche e strategiche della lista europea 2023 (per effetto dell’accorpamento di terre rare leggere e pesanti in un’unica serie di dati) e 12 materiali “rilevanti” per l’industria italiana, ma non inclusi nella lista UE.

Un’analisi che apre spazi di riflessione

Nel 2023, infatti, le sole materie prime critiche pesano nel campione analizzato per meno del 4% del valore totale importato, circa 1,5 miliardi di euro. Se si includono anche le materie strategiche, la quota sale al 59% (22 miliardi). Ma attenzione: il salto è trainato soprattutto da un protagonista assoluto, il rame, che da solo vale il 20% delle importazioni considerate (7,5 miliardi). Il restante 41% dell’import dell’anno riguarda materiali fondamentali per la competitività italiana, appunto quelli definiti rilevanti nello studio, ma non coperti da politiche nazionali specifiche. Dunque, le materie prime critiche e strategiche sono solo parzialmente rappresentative delle reali esigenze del nostro sistema industriale. Inoltre, quasi l’89% delle importazioni 2023 si concentra su appena dieci elementi (Tabella 1), la maggior parte dei quali alimenta filiere tradizionali, più che la twin transition.

Il rame, infatti, è impiegato per la realizzazione di fili e cavi elettrici, edilizia, arredamento, leghe come ottone e bronzo. Non è critico per scarsità, ma è essenziale per l’industria tradizionale. La bauxite – da cui si ricava l’alluminio – incide per circa il 19% dell’import nel 2023. Serramenti, automotive, aeronautica, packaging segnano il maggior utilizzo: un pilastro manifatturiero più che un vettore della transizione green. Meno consistenti in termini di peso delle importazioni, ma ugualmente strategici, i platinoidi (circa il 7% dell’import) trovano destinazione elettiva nella gioielleria di alta gamma, ma anche in catalizzatori per motori a combustione e componenti per elettrolizzatori dell’idrogeno. Infine, il nichel (quasi il 4% della domanda di importazioni) è fondamentale per acciai inox e superleghe. Anche qui, troviamo più acciaio che batterie. Vi è, poi, un altro dato da segnalare: le materie iconiche della transizione – litio, cobalto, terre rare, gallio – hanno un peso ancora marginale nel nostro import, segno che l’Italia non ha sviluppato a valle filiere robuste per batterie, microchip o magneti permanenti.

Ecco, allora, il messaggio più potente che emerge dallo studio: la disponibilità di materie prime non genera automaticamente innovazione e l’autonomia strategica non si misura accumulando risorse, per quanto critiche o strategiche, ma costruendo filiere in grado di utilizzarle, potenziando l’eco-design per facilitare disassemblaggio e recupero dei prodotti a fine vita, investendo in innovazione tecnologica per trasformare gli scarti in risorse, generando consenso sociale, senza il quale nessuna infrastruttura circolare può nascere. Ed è su questo terreno – industriale, culturale e organizzativo – che si giocherà la competitività del Paese nei prossimi vent’anni, che non dipende solo dall’accesso alle materie prime, ma dalla costruzione di un ecosistema che le utilizzi in modo intelligente, sostenibile e condiviso con i territori.

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Debora Tortora, Ph.D., è professoressa associata di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove insegna Management e Management of Tourist Enterprises
Angelo Di Gregorio, professore universitario e direttore scientifico Criet

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