La sostenibilità rischia di rimanere un esercizio formale se ridotta a mera compliance normativa. È la provocazione con cui Brightseed sceglie di presentarsi sul mercato, puntando a trasformare gli obblighi Esg in leve concrete di crescita, posizionamento e innovazione. Nato come spin-off accreditato dell’Università di Milano-Bicocca, il progetto unisce ricerca accademica e competenze manageriali. Ne parla Riccardo Passini, strategy director di Brightseed, che spiega come integrare sostenibilità, tecnologia e finance in un unico approccio unitario e vantaggioso.

Partiamo dalla vostra provocazione tipica: “Fare solo compliance è la morte della sostenibilità”. Cosa intendete, concretamente?

Significa che quando la sostenibilità viene trattata come un adempimento, produce costi e burocrazia senza creare valore. E non accade solo con la sostenibilità: ogni volta che esce una nuova direttiva europea, spuntano operatori che promettono “ti rendiamo compliant, accessibile, a norma”. Pochi perà si chiedono come trasformare quell’obbligo in qualcosa di utile per l’impresa — sul prodotto, sul go-to-market, sulle relazioni con gli stakeholder. Noi lavoriamo perché la sostenibilità diventi una leva di crescita e posizionamento reale: integriamo dimensione finanziaria, tecnologia e brand reputation insieme alla dimensione ambientale, così che le scelte Esg impattino davvero su prodotto, modello di business e mercato. È, in sintesi, il lato concreto della sostenibilità.

Qual è il contesto che vi ha spinti quindi a fondare Brightseed?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a due corse parallele: la tech rush e l’Esg rush. Da un lato la tecnologia usata come “gancio” fine a se stesso — prima il metaverso, oggi l’AI —; dall’altro la sostenibilità letta soprattutto come rendicontazione, spinta dalla regolazione europea. Il risultato si ripete: rincorsa sempre all’ultimo trend senza chiedersi davvero perché, per chi e con quali benefici. In mezzo, le imprese: spesso disorientate, senza una guida strategica capace di andare oltre la norma. Abbiamo visto aprirsi un vuoto tra consulenza normativa e strategia di business: poche competenze davvero integrate che aiutino sì a comprendere la regola, ma anche a tradurla in strumenti di business e di comunicazione verso clienti e stakeholder. Brightseed nasce per colmare quel vuoto, riportando la sostenibilità dentro le decisioni strategiche e nel racconto dell’impresa.

Poco fa hai citato anche l’AI come parte della “tech rush” che stiamo vivendo. È l’ennesima bolla o un trend destinato a durare?  

Non la definirei una bolla. L’accelerazione dell’AI generativa è così visibile perché oggi è alla portata di tutti: interfacce conversazionali semplici hanno abbassato drasticamente le barriere d’adozione.

Riccardo Passini
Riccardo Passini, strategy director di Brightseed

L’AI non è nuova; la novità è la potenza e la versatilità dei modelli attuali e la capacità di svolgere più compiti in modo coordinato. Questo non significa che vada applicata ovunque. Per noi l’AI è un abilitatore: la integriamo quando esiste un caso d’uso chiaro, dati ben governati e Kpi misurabili.

Nel Green Digital Rating (Gdr) automatizziamo alcune fasi di raccolta e analisi, ancoriamo le valutazioni a fonti verificabili e manteniamo sempre una supervisione umana per convalidare gli insight e garantire responsabilità nell’uso dei dati. Il punto è non farsi dettare l’agenda dalla tecnologia: partire dai problemi, scegliere gli strumenti giusti e — se l’AI è la risposta — progettarne l’adozione in modo responsabile, evitando sia il “tech-washing” sia l’entusiasmo acritico.

Hai citato poco fa uno dei vostri strumenti proprietari di punta, il Green Digital Rating. Ci spieghi cos’è e come funziona?

È il nostro framework proprietario per misurare la sostenibilità come sistema integrato. Valuta quattro macro-dimensioni — Performance & Corporate Compliance, Brand Evaluation, Technology Integration, Sustainability Commitment — e otto parametri chiave. L’obiettivo è restituire un audit preliminare dello stato dell’arte dell’impresa, andando oltre la lettura “solo Esg” e includendo tutto ci  che incide sul posizionamento competitivo. Il risultato è un punteggio in scala 1–5 che mostra dove l’azienda si colloca rispetto ai competitor e genera una roadmap di priorità: le attività più rilevanti su cui intervenire per migliorare performance e posizione sul mercato.

In cosa si differenzia dai rating Esg tradizionali?  

Essenzialmente in tre aspetti.
Copertura multidimensionale: alla lettura economico-finanziaria e ambientale affianchiamo tecnologia e brand evaluation.
Benchmark comparativi: analizziamo l’azienda insieme ai suoi competitor (e, quando serve, l’intero settore), costruendo una roadmap strategica e di comunicazione, non un semplice voto.
Pipeline di analisi automatizzata: il Gdr utilizza modelli di AI per orchestrare la raccolta e la normalizzazione dei dati da fonti accreditate, con supervisione umana per validare insight e prevenire bias; così riduciamo gli oneri di raccolta per l’azienda e acceleriamo l’esecuzione.

Una volta quindi realizzato l’audit preliminare dell’impresa, quali sono i passi successivi?

A valle dell’audit, trasformiamo i risultati in azione: condividiamo le principali evidenze e costruiamo una roadmap strategica che collega obiettivi e Kpi alle leve di business, marketing e tecnologia. Da lì attiviamo i nostri servizi modulari: in Business Strategy lavoriamo su ridefinizione del business model, posizionamento competitivo e strategie di prodotto/servizio; in Marketing Strategy interveniamo su brand strategy, customer experience, canali, media-mix e go-to-market; nell’area Communication, Technology & Innovation curiamo la messa a terra della comunicazione (offline/online), la gestione dei canali quando richiesto e lo sviluppo di soluzioni AI/automation su misura. Infine, coinvolgiamo gli stakeholder con formazione, workshop ed eventi per portare a bordo persone e partner. Il punto chiave è che ogni iniziativa nasce dai risultati del Gdr e ne eredita i Kpi, così possiamo misurare impatto e ritorno lungo l’esecuzione.

Come garantite rigore e impatto, evitando greenwashing (e “tech-washing”)?

Incrociamo fonti validate — dati aziendali, database accademici, tool di analytics, analisi custom e survey — per alimentare metriche quali-quantitative. L’output non è mai un’etichetta, ma decisioni operative: cosa correggere subito, cosa sperimentare, cosa comunicare (e come) verso stakeholder e mercati. Il quadro normativo (Csrd, standard Esrs) ha alzato l’asticella su trasparenza e assurance — ed è un bene. Il punto è non fermarsi alla carta: usiamo la compliance come base e la strategia per generare valore competitivo misurabile su brand, prodotto e performance.

Se un’impresa vi chiede “da dove comincio?”, qual è il vostro percorso-tipo?

Si parte da un kick-off di scoperta per allineare obiettivi, perimetro e aspettative e mappare fonti e stakeholder interni; segue l’audit Gdr, che restituisce uno stato dell’arte comparato. Condividiamo poi gli insight in un validation workshop, dove trasformiamo il punteggio in priorità chiare e definiamo gli obiettivi per marketing, prodotto/servizio e canali digitali. Infine si entra nella fase di esecuzione guidata: definiamo il team, pianifichiamo con il cliente verifiche periodiche e manteniamo un ciclo measure–act–measure. Tutto il lavoro è seguito da professionisti senior, in modalità one-to-one, per garantire continuità e responsabilità sugli outcome.

Brightseed è nato come spin-off accreditato dell’Università di Milano-Bicocca: cosa comporta, in concreto?

Che il progetto è valutato ad alta innovazione e può contare su un avallo universitario. Ma soprattutto significa unire profili accademici e professionali per portare analisi, strategia e messa a terra su marketing e innovazione. Essendo parte dell’ecosistema Bicocca abbiamo accesso a competenze di dipartimento e a database universitari che potenziano, ad esempio, i nostri framework di analisi.

Leggi tutti gli approfondimenti della Rubrica Sbarco su MarTech by Criet, MiHub e Inno3

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi l'articolo: