L’idrogeno resta uno dei vettori più discussi della transizione energetica, ma anche uno dei più difficili su cui puntare alla velocità desiderata. È questo il filo conduttore del Global Hydrogen Review 2026, il rapporto con cui l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) fotografa ogni anno lo stato del settore nel mondo: domanda in aumento, produzione a basse emissioni ancora marginale, costi che restano un ostacolo strutturale in quasi tutte le applicazioni. Quest’anno il quadro si intreccia con due fattori esterni che il rapporto analizza in dettaglio: da un lato il conflitto in Medio Oriente, che ha esposto le vulnerabilità delle filiere legate all’idrogeno; dall’altro la crescita della domanda di energia elettrica legata all’intelligenza artificiale, che sta ridisegnando in modo inatteso gli interessi degli investitori nel settore. Entriamo nei dettagli.

Giunto alla sesta edizione, Global Hydrogen Review è il prodotto della divisione Energy Technology Policy dell’Iea ed è pubblicato nell’ambito della Hydrogen Initiative del Clean Energy Ministerial, l’iniziativa volontaria intergovernativa che riunisce oltre venti tra governi e organizzazioni internazionali, dall’Unione Europea al Giappone, dagli Stati Uniti al Sudafrica. Il rapporto analizza domanda, produzione, commercio, infrastrutture, investimenti, innovazione e politiche pubbliche legate all’idrogeno; quest’anno integra un’analisi inedita sui costi ritenuti accettabili per l’idrogeno a basse emissioni nelle diverse applicazioni e regioni, oltre a un capitolo speciale dedicato all’Africa. I dati, aggiornati al primo trimestre 2026, si accompagnano all’aggiornamento della banca dati Iea sui progetti di produzione e infrastrutture per l’idrogeno e al tracciamento di oltre mille politiche pubbliche adottate dal 2020 a oggi.

Idrogeno, lo scenario globale

Il punto di partenza è la dimensione del mercato. La domanda globale di idrogeno ha superato i 100 milioni di tonnellate nel 2025, trainata quasi interamente dagli usi tradizionali in industria e raffinazione. La produzione di idrogeno a basse emissioni è invece cresciuta del 20% nello stesso anno, sfiorando 1 milione di tonnellate, e nel 2026 superà per la prima volta l’1% della produzione mondiale. Non basta, però, a tenere il passo con gli obiettivi annunciati per il 2030: la pipeline di progetti attesi entro quella data si è ridotta a 27 milioni di tonnellate, mentre quelli già avviati o con solide probabilità di entrare in funzione sono scesi a poco più di 6 milioni di tonnellate, contro i 10 milioni stimati nell’edizione dello scorso anno. Mancano soprattutto accordi di acquisto solidi: nel 2025 i nuovi contratti hanno coperto 1,7 milioni di tonnellate, ma solo un quinto era sostenuto da impegni contrattuali fermi. Il rapporto è netto su un punto: su 35 Paesi con una strategia sull’idrogeno, solo due – Cina e Paesi Bassi – sono oggi in linea con i propri obiettivi al 2030. La Cina resta comunque il primo mercato per elettrolizzatori, con circa il 75% delle nuove installazioni mondiali nel 2025 e una capacità globale raddoppiata oltre i 4 gigawatt, ma anche lì il numero di nuovi progetti che hanno raggiunto la decisione finale di investimento è calato per la prima volta, complice una concorrenza interna che il rapporto definisce ormai insostenibile.

La crescita della domanda di idrogeno
La crescita della domanda di idrogeno (fonte: Global Hydrogen Review 2026, Iea, 2026)

Gli impatti della crisi in Medio Oriente

Su questo quadro strutturale si innesta l’effetto della crisi mediorientale, a cui il rapporto dedica il primo dei suoi capitoli. Il Medio Oriente vale circa un sesto della produzione mondiale di idrogeno, in gran parte destinata a fertilizzanti, sostanze chimiche e prodotti raffinati, e copre oltre un quarto del commercio mondiale di ammoniaca, quasi il 40% di quello di urea e circa il 45% di quello di metanolo. La chiusura dello stretto di Hormuz, da cui transita tra il 60% e il 70% delle esportazioni di questi prodotti, ha avuto ripercussioni dirette sui mercati globali: tra gennaio e maggio 2026 i prezzi dell’urea sono raddoppiati, con conseguenze sui costi dei fertilizzanti e, potenzialmente, sulle rese agricole nei Paesi più dipendenti dalle importazioni, dal Marocco al Brasile.

Fatih Birol
Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Iea

“I Paesi stanno cercando modi per rendere i propri sistemi energetici più resilienti e diversificati – spiega Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Iea – aggiungendo che l’idrogeno a basse emissioni può avere un ruolo importante in questo percorso, “ma solo a condizione di un sostegno politico più deciso e di una crescita più rapida rispetto a quella registrata finora”. Il rapporto è tuttavia chiaro nel ridimensionare le aspettative di breve periodo: l’idrogeno a basse emissioni non è oggi alla scala necessaria per rispondere a una crisi immediata, e il suo contributo alla sicurezza energetica si misurerà sull’arco di anni, non di mesi.

Investimenti, la concorrenza dell’intelligenza artificiale

Sul fronte finanziario il rapporto registra un segnale che introduce il tema digitale. Il capitale di rischio destinato all’idrogeno è sceso dal 13% del venture capital energetico nel 2023 al 4% nel 2025, mentre l’intelligenza artificiale ha assorbito da sola circa un terzo di tutto il venture capital dell’anno, cinque volte più dell’intero comparto energetico. L’effetto si vede anche nelle valutazioni di Borsa: il paniere di società legate all’idrogeno monitorato dall’Iea è stato sostenuto quasi interamente da un’unica azienda, Bloom Energy, produttore statunitense di celle a combustibile a ossidi solidi, la cui capitalizzazione è cresciuta di circa 80 miliardi di dollari nell’ultimo anno. Il motivo, spiega il rapporto, non è la domanda di idrogeno pulito, ma la corsa dei data center per l’intelligenza artificiale verso soluzioni di generazione elettrica in loco: le celle di Bloom Energy funzionano oggi soprattutto a gas naturale, non a idrogeno, e nello stesso periodo i ricavi dell’azienda sono cresciuti solo del 37% mentre il margine operativo lordo è crollato di quasi l’80%.

Il filo che lega idrogeno e digitale

Il rapporto dedica più di un passaggio all’incrocio tra idrogeno e digitale. Il nodo più concreto sono i data center: il loro consumo elettrico è alto e concentrato, e mentre costruirne uno richiede da uno a due anni, i tempi di attesa per un allaccio alla rete possono arrivare fino a dieci anni nell’Unione Europea. Diverse aziende attive nell’intelligenza artificiale stanno quindi puntando sulla generazione elettrica in loco, e l’idrogeno viene esplorato come alternativa alle turbine a gas, anch’esse alle prese con tempi di consegna lunghi. Il rapporto censisce circa 400 megawatt di celle a combustibile già installate come backup nei data center, quasi tutte a gas naturale: tra le eccezioni, un impianto da 500 chilowatt a idrogeno rinnovabile nei Paesi Bassi, uno da 900 megawatt a idrogeno pulito pianificato in Corea del Sud per il 2030 e una centrale a celle a combustibile da 20 megawatt in costruzione a Singapore, dove Rolls-Royce e Ineratec stanno sviluppando anche soluzioni di backup a diesel sintetico da idrogeno rinnovabile.

Il digitale entra anche a monte della filiera, nell’esplorazione dell’idrogeno geologico o naturale, la fonte che si trova già formata nel sottosuolo e che il rapporto definisce sempre più vicina alla maturità commerciale: i flussi di lavoro più avanzati combinano geologia, geochimica e geofisica con l’imaging del sottosuolo in 3D e 4D e con l’analisi dei dati basata sull’intelligenza artificiale, per individuare gli accumuli più promettenti e indirizzare le trivellazioni. Alcuni di questi progetti si stanno associando alla ricerca di elio, la cui domanda cresce anche per effetto dei semiconduttori ad alte prestazioni destinati ai chip per l’intelligenza artificiale. Infine, il digitale compare anche nelle politiche pubbliche e nella logistica: in Germania l’Hydrogen Acceleration Act, approvato dal governo nell’ottobre 2025, introduce tra le misure per accelerare i permessi requisiti di digitalizzazione delle procedure autorizzative, mentre tra i corridoi marittimi verdi il rapporto cita il Rotterdam-Singapore Green and Digital Shipping Corridor come uno dei più avanzati a livello globale.

Unione europea e Italia

Il rapporto dedica all’Unione Europea un’attenzione trasversale. Sul fronte normativo, il nodo resta la trasposizione della direttiva sulle rinnovabili (Red III) per l’uso dei carburanti rinnovabili di origine non biologica (Rfnbo): a inizio giugno 2026 solo 13 Stati membri avevano completato la trasposizione per il settore dei trasporti, generando una domanda per oltre 575mila tonnellate l’anno di idrogeno a basse emissioni. Il 70% della capacità di raffinazione europea si trova in Paesi che consentono di conteggiare l’idrogeno rinnovabile usato in raffineria ai fini di quell’obiettivo, ma meno della metà ha completato la trasposizione, e circa un quarto della capacità resta in Paesi dove la norma è ancora in consultazione. L’Italia si colloca in questo quadro con un proprio obiettivo nazionale: una quota Rfnbo più biocarburanti dell’8% al 2030, con un sotto-obiettivo dell’1% per il solo trasporto su strada e moltiplicatori pari a 2 per il trasporto su strada e 1,6 per le raffinerie.

La crescita della domanda di idrogeno per settore e regione
La crescita della domanda di idrogeno per settore e regione (fonte: Global Hydrogen Review 2026, Iea, 2026)

Sul fronte dei finanziamenti, il rapporto colloca l’Italia in una posizione di rilievo. Nel conteggio dei finanziamenti annuali legati alle politiche avanzate dopo l’edizione dello scorso anno, l’Italia risulta il primo Paese al mondo, con 8,8 miliardi di dollari l’anno, davanti all’intera Unione Europea considerata nel suo complesso (4,7 miliardi), al Regno Unito (3,8 miliardi), al Cile (2,8 miliardi) e al Giappone (2,2 miliardi). Tra le misure più rilevanti, il rapporto cita l’approvazione di 1,3 miliardi di euro per progetti italiani nell’ambito degli Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo (Ipcei) e, soprattutto, uno schema di contratto per differenza a due vie da 6 miliardi di euro su 10 anni, approvato per sostenere la produzione di 200mila tonnellate l’anno di idrogeno rinnovabile a un costo di riferimento di 3,3 dollari al chilogrammo: una cifra superiore, da sola, ai 2,06 miliardi di euro complessivamente assegnati nelle tre aste della Banca europea dell’idrogeno tra il 2024 e il 2026. A questo si aggiungono 1,5 miliardi di euro stanziati per la manifattura di elettrolizzatori e celle a combustibile nell’ambito del quadro comune sugli aiuti di Stato del Clean Industrial Deal approvato dalla Commissione Europea nel giugno 2025: l’Italia si colloca così al terzo posto tra gli Stati membri su questa misura, dietro Ungheria (4,1 miliardi) e Germania (3 miliardi).

Sul fronte infrastrutturale, il quadro europeo mostra un’ambizione che fatica a tradursi in numeri: il regolamento sulle infrastrutture per i carburanti alternativi (Afir) impone stazioni di rifornimento a idrogeno ogni 200 chilometri lungo la rete stradale centrale Ten-T e in tutti i principali nodi urbani, ma nel 2025 il numero di stazioni attive in Europa è sceso sotto le 170 a causa di diverse chiusure. Sul versante del trasporto via tubo, invece, l’Italia è al centro di due iniziative infrastrutturali di scala continentale: il SoutH2 Corridor, guidato dai gestori di rete di trasmissione europei, punta a collegare il Nord Africa con Italia, Austria e Germania attraverso un corridoio di 3.300 chilometri entro gli anni 2030, mentre il progetto SeaCorridor sta studiando un collegamento meridionale che comprende un gasdotto sottomarino dedicato attraverso lo stretto di Sicilia, tra Tunisia e Italia, oltre a due collegamenti via terra in territorio tunisino. 

Il rapporto offre infine due letture più strutturali sul posizionamento italiano ed europeo. Nell’analisi sui costi accettabili dell’idrogeno, che confronta cinque grandi aree del mondo, l’Unione Europea risulta oggi la regione con il costo massimo accettabile più alto in assoluto, soprattutto per ammoniaca e raffinazione, proprio a causa degli elevati prezzi dell’energia che rendono più conveniente, in proporzione, sostituire i combustibili fossili con idrogeno pulito. Sul fronte della sicurezza energetica, il rapporto colloca Francia e Italia in un gruppo di Paesi che, pur avendo già un mix di fornitori diversificato, soddisfano ancora oltre il 50% della propria domanda energetica con importazioni: per questo gruppo, l’idrogeno viene indicato come una leva utile a sostituire parte di queste importazioni, un obiettivo che il rapporto ritiene raggiungibile più facilmente attraverso una collaborazione strutturata tra Stati membri dell’Unione.

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