La transizione energetica non è solo una questione di impianti e obiettivi climatici, ma una partita industriale su chi produce le tecnologie pulite e chi beneficia del relativo valore. È la lettura che propone un nuovo studio Irena, l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili, dedicato alla fragilità delle filiere che riforniscono solare, eolico e sistemi di accumulo. Dopo sei anni di shock a catena, l’agenzia mette in guardia: la concentrazione della manifattura in poche geografie espone gran parte del mondo a interruzioni, rincari e ritardi, e trasforma l’approvvigionamento in una leva di politica industriale. Chi controlla la produzione, avverte il rapporto, controlla anche competenze, occupazione e tecnologie avanzate. La transizione, scrive l’Irena, è una vera e propria “corsa industriale”, e si gioca sempre più sul terreno dei dati.
Sei anni di shock
Il rapporto ricostruisce una sequenza quasi ininterrotta di tensioni. Con la pandemia di Covid-19 si sono fermate fabbriche e logistica; poi alla ripresa si sono ingolfate le vie portuali, con il relativo incremento dei prezzi. Tra il 2020 e il 2022 il polisilicio, materia prima dei pannelli, è rincarato del 350%, i moduli fotovoltaici del 20% nel solo 2021 e i costi di investimento di fotovoltaico su scala utility ed eolico onshore sono cresciuti tra il 15% e il 25%. Nel 2022, con l’inflazione alimentata dalla guerra in Ucraina, il 56% dei progetti solari programmati è risultato a rischio e, solo negli Stati Uniti, le nuove installazioni solari sono scese del 23% rispetto all’anno prima. La spirale arriva al 2026: la crisi in Medio Oriente, dice la Banca Mondiale, spinge le stime di fine anno a un aumento del 24% per i prezzi dell’energia, del 16% per le materie prime e del 31% per i fertilizzanti. A pagarne il conto è tutta la catena, produttori compresi che hanno accumulato in questi anni pesanti tensioni operative e finanziarie.
Supply chain in mano a pochi
Il cuore del problema è la geografia della produzione. Gli investimenti mondiali negli impianti manifatturieri per la transizione sono passati da 15 miliardi di dollari nel 2018 a circa 103 miliardi nel 2024, con una proiezione di 128 miliardi nel 2025 (dati Irena e Climate Policy Initiative), ma la crescita è quasi tutta concentrata in poche aree.
Nel 2024 la Cina ha realizzato l’82% dei moduli fotovoltaici mondiali, davanti a Sud-est asiatico (7,4%), India (4,5%), Stati Uniti (2,6%) ed Europa, ferma all’1,5%; Pechino esporta oggi oltre sette volte i volumi del 2017 e ha prodotto da sola circa 587 GW di moduli, contro i 62 del Sud-est asiatico e i 34 dell’India. E’ ancora la Cina a plasmare la produzione nel Sud-est asiatico, dove la capacità produttiva di moduli è salita da 38,7 GW nel 2020 a circa 130 GW a fine 2024, mentre l’India ha quasi raddoppiato la propria produzione in un anno.
Anche l’eolico segue lo stesso schema: i produttori cinesi hanno raccolto circa il 70% degli ordini di turbine, contro il 19,4% degli europei e il 6,5% degli statunitensi. La stessa mappa vale per i minerali critici – oltre metà delle riserve di cobalto tra Repubblica Democratica del Congo e Zambia, il 24,9% del litio e il 18,4% del rame in Cile, il 25,5% di bauxite e allumina in Guinea (US Geological Survey) -, e per l’occupazione: dei 16,2 milioni di posti di lavoro nelle rinnovabili censiti nel 2023 da Irena e Ilo, quasi 7,4 milioni sono in Cina e appena 1,8 milioni nell’Unione Europea.
Non è un caso che proprio la Cina, con una filiera integrata, si sia mostrata più al riparo dagli shock: petrolio e gas coprono solo il 4% circa della sua generazione elettrica e nel 2024 le rinnovabili hanno soddisfatto quasi l’80% dell’aumento della domanda di energia elettrica. Dove si produce, insomma, si concentrano valore, competenze e lavoro, mentre la maggior parte dei Paesi resta importatrice netta, con ricadute limitate a installazione e manutenzione.

La resilienza dipende dai dati
Per ridurre questa esposizione, l’Irena insiste su una prima linea di difesa fatta soprattutto di informazione e strumenti digitali. Prima ancora di intervenire, i governi dovrebbero mappare le filiere e valutarne i rischi, dotarsi di sistemi di monitoraggio e rendicontazione e sottoporre a stress test le catene più esposte, per individuare in anticipo dove uno shock farebbe più danni; il rapporto suggerisce anche di finanziare le imprese perché rafforzino visibilità e controllo sui propri fornitori.
Sul piano operativo potrebbero entrare in gioco piattaforme pubbliche per far incontrare domanda e offerta di componenti, registri di prodotti e produttori qualificati e piattaforme informative per tracciare i pannelli lungo tutto il ciclo di vita, fino allo smaltimento. Il dato diventa arbitro anche nella selezione dei fornitori nelle gare pubbliche: Francia e Corea del Sud, solo per fare due esempi, premiano i moduli in base all’impronta di carbonio, calcolata con analisi del ciclo di vita (Lca) certificate secondo standard Iso. Parigi poi ha fissato dal 2021 un tetto di 500 kg di CO2 per kW installato, con il criterio ambientale che può pesare fino a un terzo del punteggio, mentre Seul classifica i moduli in fasce di intensità emissiva.

L’Europa nella sfida per la sovranità
Su questo scacchiere l’Europa parte con un paradosso: conserva competenze di alto valore (per esempio Vestas e Siemens Gamesa hanno installato turbine in più di 80 Paesi) ma pesa poco nella manifattura di base, con l’1,5% dei moduli fotovoltaici e il 7% degli investimenti globali. Colmare il divario, avverte l’Irena, non si fa con una singola misura. I requisiti di contenuto locale, molto discussi dai governi, hanno dato risultati alterni: funzionano dove esistono domanda ampia e stabile e politiche coordinate – è il caso della Cina e, in misura diversa, di Brasile, India e Turchia – mentre su un tessuto industriale debole producono costi più alti e ritardi. La ricetta dell’agenzia è un pacchetto integrato che tenga insieme energia, industria, commercio, finanza, formazione, innovazione, economia circolare e cooperazione regionale, quest’ultima decisiva per aggregare la domanda dove i mercati nazionali sono troppo piccoli, accompagnato da una diplomazia dei minerali fatta di partenariati e investimenti diretti nei Paesi ricchi di giacimenti.
Molte economie che dispongono di materie prime, ricorda il rapporto, restano ferme all’estrazione, senza catturare il valore della lavorazione. Alcune di queste misure alzano i costi nel breve periodo, riconosce l’Irena, ma abbassano quelli, ben più elevati, delle interruzioni future. Per l’Europa la posta non è solo ambientale: è la capacità di restare protagonista industriale della transizione, e con essa la propria sovranità tecnologica.
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