Cybersecurity Assessment 2026 è la quarta edizione annuale dell’indagine con cui l’azienda fotografa lo stato della sicurezza informatica nelle organizzazioni. Lo studio si basa su una ricerca indipendente condotta tra aprile e giugno 2026 su 1.200 professionisti IT e di cybersecurity in sei paesi (Francia, Germania, Italia, Singapore, Regno Unito e Stati Uniti) interpellati sia ai livelli manageriali sia tra i practitioner in prima linea.
Il filo conduttore del report fotografa quelle che solo apparentemente possono sembrare delle contraddizioni: le organizzazioni si dichiarano più sicure, ma le violazioni restano frequenti; le minacce basate su AI sono ormai confermate, eppure quasi la metà degli intervistati non ha piena visibilità sulla shadow AI interna; i vettori d’attacco più comuni sono noti ma spesso trascurati. Emerge inoltre un “optimism gap“: i leader valutano la propria postura di sicurezza in media più positivamente di chi gestisce i controlli ogni giorno. L’indagine affronta diversi fronti: la persistenza degli insabbiamenti delle violazioni nonostante i nuovi obblighi di disclosure, l’ascesa dell’AI come moltiplicatore per gli attaccanti, la sovranità del dato diventata criterio d’acquisto, il divario tra la prevalenza reale delle tecniche Living off the Land e la scarsa attenzione che ricevono, la “complexity tax” degli ambienti EDR/XDR, la compliance ridotta a esercizio formale e il peso dello skills gap. La tesi è che la postura più solida non appartiene a chi ha più strumenti o la strategia AI più rumorosa, ma a chi riduce la complessità, recupera visibilità e si concentra su ciò che previene davvero gli attacchi, oltre la semplice attenzione alle tematiche di compliance.
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