Ci siamo, il 31 luglio è prossimo, e non solo per molti sarà la data per l’inizio delle vacanze (dopo mesi di smart working matto e disperatissimo) ma sarà per tutti la data attesa per capire se il lavoro agile potrà davvero diventare una modalità per innovare l’economia con modelli “performanti, sostenibili, inclusivi”. E per capire se il Decreto Semplificazioni “semplificherà” anche la burocrazia, snellirà procedure, spingerà nuovi modelli operativi. Settembre porta con sé davvero molte incognite e sarebbe bene che alcune fossero invece già smarcate, per dare tempo alle imprese di pianificare le condizioni di prosecuzione delle attività produttive in un quadro certo, tenendo conto delle esigenze lavorative e organizzative, ma anche della tutela della salute dei dipendenti.

Raccolgo alcune riflessioni dell’ultima settimana, sulla necessità di accelerare le decisioni e sul 31 luglio, che segna ad oggi la scadenza della procedura semplificata di ricorso al lavoro agile, partendo da qualche pillola della ricerca condotta dalla Luiss Business School: la maggioranza del campione (66%) trova lo smart working efficace in termini di produttività lavorativa, con maggior tempo dedicato alla famiglia e minor stress, ma con conseguenze negative sulle relazioni sociali. E nell’era post-Covid, il 75% vorrebbe continuare a lavorare in smart working per più giorni a settimana, accanto a un 20% che lo manterrebbe per un solo giorno.

In questo scenario Cesare Avenia, presidente di Confindustria Digitale (15 luglio), esprime profonda preoccupazione rispetto alla possibile scadenza di fine luglio. Prima riflessione. “Riteniamo che lo smart working non vada visto come un’opzione solo legata all’emergenza sanitaria, ma come una concreta opportunità di cambiamento innovativo per il nostro Paese…. Pensare di tornare alla normalità del prima, significa ignorare le difficoltà di crescita e innovazione che penalizzano da tempo il nostro Paese e sottovalutare la lezione che l’emergenza ci ha impartito… Dobbiamo andare verso sistemi ibridi fra reale e virtuale: un percorso che va consolidato da una regolamentazione snella e sostenuto da un processo di sviluppo delle competenze a tutti i livelli della società”. Fa appello a governo e istituzioni affinché considerino l’opportunità di confermare le semplificazioni per aprire “un percorso strutturale per l’implementazione dello smart working”, al fine di innovare l’economia grazie a modelli organizzativi e tecnologici più performanti.

Un appello che arriva anche da Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School (15 luglio)Seconda riflessione. “Andranno ripensati i processi di organizzazione del lavoro e posta più enfasi sugli obiettivi e il loro conseguimento. Sicuramente non si dovrà tornare indietro, ma capitalizzare l’esperienza forzata che abbiamo vissuto per definire un lavoro smart sostenibile, produttivo e in grado di accompagnare la ripartenza del Paese”.

Si certo, ci vogliono regole e nuovi processi, ma molte aziende in questa fase di incertezza attendono, senza fare un bilancio dell’esperienza vissuta e definire anzitempo una strategia “personale” con una propria assunzione di responsabilità.
Quella che Carlo Cottarelli, direttore Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (e professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) dice necessaria commentando il Decreto Semplificazioni (nell’evento Digital Leaders on Air, 8 luglio) che indaga il punto di vista delle aziende in risposta all’impatto del Covid-19 su temi quali procurement e mobilità.
Terza riflessione.Il Decreto Semplificazioni per la digitalizzazione del sistema pubblico è un primo passo necessario per colmare il divario dell’Italia e che contiene norme che vanno nella giusta direzione, ma non sufficiente. Per combattere la burocrazia serve molto altro, un programma costruttivo, assunzione di responsabilità e proposte che devono venire dagli imprenditori, perché un programma di sburocratizzazione del Paese è difficile che nasca dai ministeri romani, dove la forma mentis non è portata alla semplificazione”.

Infine con più ampio respiro – toccando temi quali neutralità di Internet, diritto alla rete, divario digitale, uguaglianza, libertà personale – scende in campo David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo (19 luglio), su Repubblica.
Quarta riflessione.Il Covid-19 ha reso palese qualcosa di già evidente: la digitalizzazione non aspetta. La questione non è se avverrà o meno, ma se sarà per tutti. Dobbiamo sbarazzarci dei luoghi comuni, adottare un atteggiamento razionale, impegnare le istituzioni a guidare questo cambiamento…. Internet non è solo tecnologia, ma è l’epoca in cui viviamo… Il punto è assicurare trasparenza, informazione in modo che ognuno abbia la capacità di capire e decidere. Per questo è indispensabile un nuovo protagonismo delle istituzioni pubbliche e un dialogo intenso con le imprese e i cittadini per promuovere logiche distributive e non monopolistiche”.

Temi diversi, in cui il dialogo e il confronto rimangono urgenti. Settembre è davvero vicino. 
Ricorda Sassoli che dopo l’estate l’agenda europea prevede già due discussioni: la proposta della Commissione UE di un quadro legislativo sui servizi digitali (Digital Services Act) e il dibattito sul futuro dell’Europa. “Dobbiamo scrivere il nostro tempo. Per questo serve indicare la strada verso una digitalizzazione a misura di umanità”.

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