Quando Derek Muller chiede per strada “che tipo di studente sei?”, le risposte sono immediate: “Visivo, imparo guardando”; “Uditivo, devo ascoltare”; “Pratico, devo fare con le mani”. Nessuno esita. Tutti sanno qual è il loro “stile di apprendimento”. C’è però un solo piccolo problema: lo stile di apprendimento non esiste.
Chi è Derek Muller e perché dovremmo ascoltarlo
Muller non è un divulgatore qualunque. Australiano di nascita, cresciuto in Canada, ha un BSc in Engineering Physics (Queen’s University) e un Phd in Physics Education Research dall’Università di Sydney. La sua tesi – Designing Effective Multimedia for Physics Education – ha studiato empiricamente cosa rende efficace l’apprendimento attraverso video educativi. Muller ha condotto le sue ricerche su studenti reali; ha raccolto dati quantitativi; ha pubblicato su riviste peer-reviewed di science education. Poi ha portato quella conoscenza su YouTube, creando Veritasium: 19,9 milioni di iscritti, 3,8 miliardi di visualizzazioni.
Il suo metodo? Catturare prima le convinzioni errate delle persone (interviste per strada), poi smontarle con esperimenti e dati. È esattamente ciò che ha fatto nella sua tesi di dottorato: dimostrare che affrontare le credenze sbagliate prima è essenziale per l’apprendimento efficace. “Il primo principio è che non devi ingannare te stesso. E tu sei la persona più facile da ingannare” (Richard Feynman).
Teniamolo a mente.
La nascita di Vark (e il suo Dna difettoso)
Anni ’80, Nuova Zelanda. Neil Fleming, ispettore scolastico, osserva un fenomeno che lo confonde: insegnanti mediocri che funzionano con certi studenti, insegnanti brillanti che non riescono a raggiungerli. Cerca una spiegazione e trova quella che definisce “magìa”, un “potere esplicativo” nelle “preferenze modali di apprendimento”. Da questa intuizione – senza uno straccio di studio controllato – nasce Vark, acronimo di Visual, Auditory, Reading-writing, Kinesthetic. Quattro categorie che promettono la personalizzazione definitiva dell’educazione. Il successo è immediato. Indagine su 400 insegnanti tra Uk e Paesi Bassi: oltre il 90% crede che gli studenti imparino meglio quando ricevono informazioni nel loro “stile preferito”.

Il test cruciale (e il suo esito devastante)
Ma la scienza funziona diversamente dalle sensazioni. Per validare Vark servirebbe un esperimento semplice:
- Identificare studenti con stili diversi (visual vs auditory)
- Assegnarli casualmente a presentazioni visual o auditory
- Verificare se chi è “matched” al suo stile performa meglio
Sembra facile, no? Eppure, dopo decenni di utilizzo massiccio, il risultato è sempre lo stesso: nessuna differenza significativa.
Revisione del 2009 (Pashler et al.): “Il contrasto tra l’enorme popolarità degli stili di apprendimento nell’educazione e la mancanza di prove credibili della loro utilità è, a nostro avviso, sorprendente e inquietante”. In parole più semplici: abbiamo costruito un’industria globale su aria fritta.
Il danno collaterale
Non è solo questione di budget sprecato. Il problema è più profondo:
- Insegnanti sovraccaricati dal tentativo di personalizzare lezioni per 4 stili diversi in una classe di 25;
- Studenti che si auto-limitano: “Non sono un tipo da lettura, quindi non mi sforzo con questo libro” – l’etichetta diventa profezia che si avvera;
- HR manager e formatori che comprano programmi di assessment Vark invece di investire in strategie validate;
- Tempo sottratto a interventi che funzionano davvero.

Perché continuiamo a crederci (nonostante i dati)?
Il bias di conferma fa il resto. Funziona così.
Ci si convince di essere “visual”. Durante una lezione, l’insegnante mostra un diagramma particolarmente chiaro di un processo complesso. Improvvisamente, il concetto “scatta”. L’interpretazione? “Visto? Ho capito perché l’ho visto! Sono proprio un tipo visivo!”.
La realtà? Era semplicemente un ottimo diagramma. Punto. Avrebbe aiutato chiunque a imparare, a prescindere dal presunto “stile”. Ma si è cercato, trovato e interpretato l’esperienza in modo da confermare la convinzione preesistente.
È esattamente ciò contro cui ci mette in guardia Feynman: non ingannare se stessi. E ognuno è la persona più facile da ingannare.

Cosa funziona davvero, la scienza che non vende corsi
Qui Muller ci riporta alla sua tesi di dottorato e a decenni di ricerca in psicologia cognitiva:
- Effetto multimediale (Mayer & Moreno)
Parole con immagini presentate insieme battono parole o immagini separate. Non perché “si è visual”, ma perché si attivano due canali di elaborazione (verbale e visivo) che non competono per la limitata capacità della memoria di lavoro.
Dimensione dell’effetto: d = 0.76 su 254 studi (Mayer, 2009) - Pratica di recupero dalla memoria (Testing Effect)
Testare la propria memoria batte rileggere. Esempio: dopo aver letto un capitolo, si chiude il libro e si prova a scrivere i tre concetti chiave senza guardare. Quello sforzo – anche quando si sbaglia – rinforza l’apprendimento più di cinque riletture passive.
Differenza misurata: +12-15 punti percentuali nel test finale (Adesope et al., 2017)
Funziona dall’infanzia all’età adulta. In laboratorio e nelle classi reali. - Effetto della distribuzione temporale
Distribuire lo studio nel tempo demolisce lo studio concentrato dell’ultimo minuto. Il cervello ha bisogno di consolidamento, non di volume compresso.
Si parla dell’80% di ritenzione dopo 5 anni con pratica distribuita vs settimane con pratica concentrata (Bahrick, 1993). - Alternanza degli argomenti
Mescolare argomenti diversi durante lo studio batte studiare per blocchi omogenei. Sembra controintuitivo (e infatti gli studenti lo odiano), ma costringere il cervello a discriminare tra concetti simili produce apprendimento più profondo. - Teoria del carico cognitivo (Sweller)
La memoria di lavoro ha capacità limitata. La progettazione didattica deve minimizzare il carico cognitivo estrinseco (impaginazione confusa, materiale irrilevante) per lasciare spazio a quello intrinseco (la complessità del materiale stesso).
Il paradosso metacognitivo
Ecco il colpo di scena finale: quanti studenti usano spontaneamente queste strategie basate sulle evidenze scientifiche quando studiano da soli? L’11% (Karpicke et al., 2009).
Il resto? Rilegge, sottolinea, riassume. Strategie con efficacia vicina a zero.
Perché? L’illusione di padronanza: rileggere dà l’illusione di conoscenza (“Ah sì, questo lo conosco!”), mentre il recupero dalla memoria è faticoso e fa sentire incompetenti nel momento. Ma è proprio quella fatica – quella che Bjork chiama “difficoltà desiderabile” – che costruisce memoria duratura.
Non ingannare se stessi
Torniamo a Feynman. Il primo principio è non ingannare se stessi. E ognuno è la persona più facile da ingannare.
Gli “stili di apprendimento” piacciono perché:
- Fanno sentire speciali;
- Giustificano le difficoltà (“non è colpa mia, è solo che non è il mio stile”);
- Promettono scorciatoie personalizzate;
- Suonano intuitivamente giusti.
Ma l’intuizione inganna. La scienza no.
La conclusione liberatoria
È ora di abbandonare un’idea che, sebbene ben intenzionata, non ha basi scientifiche e può essere dannosa. La conclusione della scienza non è una limitazione, ma una liberazione. Sgombra il campo da etichette inutili e lascia un messaggio molto più potente: non si è studenti visivi, né uditivi, né cinestetici. O, più accuratamente: si è tutti questi tipi di studente in uno. Le migliori esperienze di apprendimento sono quelle che coinvolgono modi diversi di comprendere la stessa cosa. E, soprattutto, questa strategia funziona non solo per un sottogruppo di persone, ma per tutti.
Per chi lavora nell’apprendimento
Se si è formatori, HR manager, responsabili L&D, manager che approvano budget formativi, la domanda è semplice: quanto dell’investimento va in programmi basati su “stili di apprendimento” (zero evidenze) vs. strategie supportate da centinaia di studi convergenti?
La prossima volta che qualcuno propone training su Vark, assessment degli stili, personalizzazione delle modalità, si chieda una cosa sola: “Mi mostri uno studio randomizzato controllato che dimostri che funziona meglio dell’alternativa?”. Risponderà con una metafora. O con un aneddoto. O con “ma nella mia esperienza…”.
Mai con un articolo scientifico.
La scienza dell’apprendimento ha risposte solide. Ma queste risposte richiedono fatica, disciplina, progettazione accurata. Non vendono la promessa di una scorciatoia personalizzata. Non fanno sentire speciali.
Derek Muller ha dedicato 4 anni di dottorato a capire cosa funziona davvero. Poi altri 13 anni a portare quella conoscenza a 20 milioni di persone.
Forse è ora di ascoltarlo.
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Fonti:
- Video VeritasiumThe Biggest Myth In Education (2021)
- Muller, D. (2008). Designing Effective Multimedia For Physics Education, Phd Thesis, University of Sydney
- Pashler et al. (2008), Psychological Science In The Public Interest
- Mayer (2009), Multimedia Learning
- Adesope et al. (2017), Meta-Analisi Sulla Pratica Di Recupero
- Bahrick et al. (1993), Studio Longitudinale Sull’Effetto Di Distribuzione Temporale
* Laureato in ingegneria elettronica/sistemi informativi al Politecnico, Pierpaolo Muzzolon trascorre tutta la vita in aziende hi-tech e IT nel marketing e nella comunicazione, oggi è counselor in analisi transazionale, coach e trainer.
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