Internet è la prima porta d’accesso all’informazione per gli italiani, con un distacco sulla televisione sempre più netto. Ma accanto all’avanzata del digitale, il quadro disegnato dalla seconda edizione dell’Osservatorio Annuale sul Sistema dell’Informazione pubblicato da Agcom mostra un fenomeno inquietante: un italiano su cinque sceglie di non informarsi. È la fotografia di un ecosistema in rapida trasformazione, dove la polarizzazione generazionale, la crisi di fiducia nei media e la strutturale contrazione dell’offerta televisiva si intrecciano con nuove strategie di consumo digitale.
La rete primo canale
Nel primo semestre del 2025, Internet risulta la principale fonte informativa per il 55,8% degli italiani, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al 2024. Il distacco con la televisione, scesa al 43,2% (-1 punto), si estende ulteriormente. Se si considera la sola fascia 25-64 anni, oltre il 63% privilegia il Web per informarsi. La radio scende all’11,3% (-0,5 punti rispetto al 2024, -3,2 rispetto al 2020), mentre i quotidiani continuano la loro contrazione strutturale: dal 22,3% del 2020 al 16,1% del primo semestre 2025, con una perdita di 6,2 punti in cinque anni. Il passaparola mantiene un ruolo non marginale, utilizzato abitualmente dal 13% della popolazione.
Anche la polarizzazione generazionale evidenzia fenomeni rilevanti. Tra i giovani 14-24 anni, solo il 22% si informa attraverso la tv, appena il 5,5% tramite la radio e il 9,9% via quotidiani; Internet raggiunge il 55,1% e, soprattutto, diventa spesso l’unica porta d’accesso: il 41,9% dei ragazzi di questa fascia si affida a un solo mezzo, sostanzialmente digitale. All’estremo opposto, gli over 65 restano ancorati alla televisione (59,8%), anche se l’uso di Internet cresce progressivamente anche in questa fascia (37,4%). Nelle fasce intermedie prevale la multicanalità: nel complesso, il 26% degli italiani è ormai “onnivoro” e consuma informazione attraverso quattro o più mezzi diversi.

Social e motori di ricerca, veri gateway del digitale
Online, l’accesso alle notizie passa soprattutto dai social network (25,1%) e dai motori di ricerca (24,7%). Ma l’Osservatorio registra anche un processo di ibridazione significativo: circa il 30% degli italiani accede alle notizie attraverso app e siti delle testate degli editori tradizionali – radio, tv e stampa. I quotidiani e i periodici online in particolare crescono al 14,5%, con un balzo di 2,7 punti percentuali in un anno. È il segnale che la reputazione costruita nel tempo dai brand editoriali si trasferisce, almeno in parte, anche nei loro presidi digitali.
Il ruolo dei social come primo canale informativo è particolarmente rilevante: il 50,8% degli iscritti ad almeno una piattaforma dichiara di venire a conoscenza delle notizie prima sui social che da altri mezzi, grazie ai sistemi di notifica e alle dinamiche di condivisione. Resta però il tema dell’opacità algoritmica: il 58,9% degli italiani dai 14 anni in su dichiara di conoscere il ruolo degli algoritmi di raccomandazione, con punte del 73,3% tra i giovani adulti e un modesto 35,9% tra gli anziani.
Paywall, in Italia non funziona
L’informazione online a pagamento resta un fenomeno marginale. Solo il 6,1% dei cittadini è abbonato a uno o più quotidiani online e le prospettive di crescita sono limitate: poco più del 14% manifesta un possibile interesse futuro. Di fronte a un contenuto bloccato da paywall, la strategia prevalente non è pagare ma aggirare: il 27,5% cerca la stessa notizia sui motori di ricerca, il 26,3% su testate gratuite, il 22,8% aspetta che la notizia venga ripresa da radio e televisione. Solo il 7,8% si rivolge ai news influencer sui social, segno che il digitale è percepito come uno spazio sostanzialmente free-access.
Cala la fiducia, in particolare nelle fonti online
Il 2025 segna un indebolimento complessivo della fiducia nel sistema informativo: chi dichiara un livello alto di fiducia scende al 24% (dal 27,2% del 2024), mentre la percentuale di chi ha poca fiducia sale dal 19,5% al 25,7%. Si conferma e si acuisce il divario tra mezzi tradizionali e digitali: il 35,9% della popolazione ripone alta fiducia in TV, radio e stampa, contro solo il 20% attribuito alle fonti online. La sfiducia è specularmente più forte verso il digitale (14,2% di “nessuna fiducia”) rispetto al tradizionale (7,7%). Il passaparola di familiari e amici resta il mezzo con il minor tasso di sfiducia (6,6%). All’ultimo posto dell’affidabilità ci sono i chatbot di intelligenza artificiale (22% di “nessuna fiducia”), le newsletter via email (16,6%) e le piattaforme video e social (16,4%). E sul versante dell’affidabilità, il servizio pubblico televisivo è indicato come il mezzo più credibile dal 40,5% degli italiani, in crescita di 4,1 punti rispetto al 2024, con un picco del 56,5% tra gli over 65. Seguono quotidiani e periodici cartacei (14,2%), televisione commerciale (12,5%), servizio pubblico radiofonico (8,2%) e radio privata (6,8%). Agli antipodi, gli influencer dei social, fermi all’1,2% delle preferenze.

Perché non ci si informa più
È il focus inedito di questa seconda edizione: l’Osservatorio quantifica per la prima volta l’area dei “non coinvolti” nel consumo di notizie, pari al 20% della popolazione, contro il 44% di “coinvolti” che si informano più volte al giorno. Per la prima volta nel 2025 la percentuale di chi ha ridotto l’esposizione alle notizie (17,2%) supera quella di chi l’ha aumentata (15,1%). Il fenomeno ha una chiara dimensione generazionale: tra i 14-24enni i “coinvolti” sono solo il 26,2%, mentre salgono al 61,8% tra gli over 65. Le ragioni sono un mix di affaticamento cognitivo, disagio emotivo e crisi di credibilità. La causa più citata è la percezione di ripetitività dei contenuti (22,3%), seguita dalla prevalenza di notizie negative (18,1%), dall’associazione a stati di ansia e stress (15,2%) – quella che la letteratura internazionale definisce news fatigue. Il 14,6% lamenta scarsa fiducia nei giornalisti e il 14,4% segnala un eccesso informativo. Le motivazioni si distribuiscono per età: i più giovani avvertono sovraccarico e disinteresse, i 25-34enni sono particolarmente sensibili all’impatto emotivo, gli over 65 lamentano soprattutto qualità e ripetitività. Il dato più politicamente rilevante riguarda la partecipazione civica. Tra i “non coinvolti”, il 75,3% dichiara una partecipazione politica nulla, contro il 46,5% dei “coinvolti”. La quota di chi non ha opinioni sulla politica è tre volte superiore tra i meno informati (21,1% contro 6,7%). L’evitamento delle notizie non è dunque un fatto puramente individuale ma ha ricadute misurabili sulla qualità della vita democratica.
Sistema al bivio
La digitalizzazione è irreversibile, ma porta con sé la questione irrisolta della sostenibilità economica dell’informazione di qualità – dato il basso tasso di propensione a pagare – e del ruolo di intermediazione di piattaforme e algoritmi. La crisi di fiducia, ancora contenuta, segnala un principio di logoramento del rapporto tra cittadini e media. E l’area del news avoidance, oggi al 20%, rischia di diventare strutturale se non si interviene sulle cause: ripetitività, tono ansiogeno, scarsa credibilità percepita. Per operatori e istituzioni la sfida è doppia: reinventare formati capaci di intercettare le nuove abitudini digitali senza perdere la credibilità costruita nel tempo e, al contempo, contrastare l’allontanamento dall’informazione prima che si traduca in un più ampio distacco dalla vita pubblica.
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