Nell’artigianato italiano sta crescendo una figura nuova: quella dell’artigiano digitale. Ne racconta i tratti la fotografia scattata dall’Ufficio Studi di Confartigianato nell’Elaborazione flash Artigianato Digitale e Competenze nell’Era dell’IA – Intelligenza Artigiana, che analizza la presenza e la dinamica delle imprese artigiane nell’economia digitale. Il quadro è quello di un comparto in espansione ma ancora piccolo, che intreccia due mondi tradizionalmente distanti: la manifattura del saper fare e l’innovazione tecnologica e che proprio in questa combinazione individua la propria carta da giocare nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il termine “intelligenza artigiana”, che dà il titolo alla ricerca, non è un semplice gioco di parole sull’acronimo dell’AI. È la tesi di fondo: la tecnologia va intesa come mezzo e non come fine, uno strumento capace di amplificare le capacità dell’artigiano senza sostituirne il talento. Da qui l’idea che il vero fattore competitivo non sia l’accesso agli strumenti, ormai alla portata di molti, ma la capacità di usarli e dunque le competenze delle persone.

Lo scenario e le dinamiche

Alla fine del primo trimestre del 2026 in Italia si contano 13.089 imprese artigiane digitali, pari all’1,1% dell’intero comparto artigiano, con 19.483 addetti. Si tratta di realtà attive in servizi come lo sviluppo e l’edizione di software (videogiochi compresi) la programmazione, la consulenza e l’assistenza informatica, la cybersecurity, la realizzazione di siti e pagine Web, le telecomunicazioni, i servizi di hosting e cloud, il recupero e l’elaborazione dei dati. Un ecosistema che, pur restando una nicchia, rappresenta l’11,7% delle 112.287 imprese digitali complessive del Paese, a conferma di quanto la microimpresa sia radicata anche nei mestieri della tecnologia.

Le imprese che usano l'AI
Le imprese che usano l’AI (fonte: rielaborazione grafica su dati Artigianato Digitale e Competenze nell’Era dell’IA – Intelligenza Artigiana, 2026)

Il dato più significativo, però, è quello relativo alle dinamiche.
Tra il 2020 e il 2025 il numero delle imprese artigiane digitali è cresciuto del 14,9%, un ritmo a doppia cifra nettamente superiore a quello medio dell’artigianato. È il segnale che, mentre il tessuto artigiano tradizionale fatica a mantenere le proprie posizioni, la sua componente digitale corre in controtendenza, intercettando la domanda crescente di servizi tecnologici da parte di imprese e cittadini. Vale la pena notare che, sul fronte occupazionale, l’artigianato pesa per il 3,5% degli oltre 552mila addetti dell’intero settore digitale: una quota più contenuta rispetto a quella sul numero di imprese, il segno di un tessuto fatto soprattutto di realtà molto piccole, spesso individuali, in cui il titolare è anche l’unico o il principale operatore.

I numeri 

La crescita dell’adozione è netta. Nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti ha utilizzato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, il doppio rispetto all’8,2% del 2024 e più del triplo del 5,0% del 2023. Aumenta anche la sofisticazione dell’utilizzo: la quota di imprese che combinano almeno due tecnologie di AI è passata dal 5,2% al 10,6% in un anno. La dinamica più significativa riguarda però le piccole imprese, salite al 14,2% dal 6,9% del 2024 e dal 4,4% del 2023: tenendo conto del numero di imprese attive, l’Ufficio Studi stima che le piccole realtà che usano l’AI siano cresciute, in valore assoluto, del 110,8% — di fatto raddoppiate.

Il confronto europeo ridimensiona però l’entusiasmo. Nell’Unione Europea a 27 l’uso dell’AI interessa il 17,0% delle piccole imprese, con la Germania in testa al 23,1% e la Spagna al 17,2%. L’Italia, ferma al 14,2%, resta sotto la media comunitaria e si colloca su livelli vicini a quelli della Francia (15,0%). Il ritardo non è drammatico, ma segnala che la corsa all’adozione, per quanto rapida, parte da una base più arretrata rispetto ai principali concorrenti.

Il confronto con l'Europa
Il confronto con l’Europa nell’utilizzo dell’AI da parte delle piccole imprese (fonte: rielaborazione grafica su dati Artigianato Digitale e Competenze nell’Era dell’IA – Intelligenza Artigiana, 2026)

Il nodo delle competenze

Il freno principale alla diffusione dell’intelligenza artificiale nelle piccole imprese, avverte l’analisi, non è tecnologico ma umano: la carenza delle competenze digitali necessarie a integrare questi strumenti nei processi produttivi. E i numeri danno la misura del problema: nel 2025 le imprese italiane hanno richiesto 621mila lavoratori con un elevato bisogno di competenze digitali avanzate — quelle utili a gestire intelligenza artificiale, cloud computing, Internet of Things industriale (IoT), data analytics e big data, realtà virtuale e aumentata, blockchain. Di questi, ben 316mila sono risultati di difficile reperimento, pari al 50,8% delle entrate previste per questi profili.

In altre parole, per un profilo digitale avanzato su due le imprese non trovano la persona giusta. È il paradosso che attraversa l’intero studio: gli strumenti sono disponibili e sempre più accessibili, ma mancano le competenze per usarli. Per un comparto fatto in larga parte di microimprese, spesso prive di una funzione informatica interna e con margini ridotti per la formazione, quel divario di competenze si traduce con facilità in un divario di competitività, e la stessa elaborazione dedica ampio spazio alla mappatura regionale e provinciale di questa domanda insoddisfatta.

È su questo terreno che si gioca la scommessa dell’“intelligenza artigiana”. L’AI, nella lettura di Confartigianato, non è chiamata a rimpiazzare la manualità e la creatività che rendono riconoscibile il Made in Italy, ma ad automatizzare le attività più ripetitive, liberando tempo ed energie per ciò che la macchina non sa fare: interpretare i bisogni del cliente, elaborare soluzioni su misura, dare “anima” a un prodotto. Perché questo accada, però, servono investimenti mirati sulla formazione tecnica, sul ricambio generazionale e sull’accompagnamento delle imprese, pena il rischio che la trasformazione digitale resti appannaggio dei territori già avanzati. È una richiesta che chiama in causa non solo le imprese, ma anche le politiche pubbliche: dai percorsi di istruzione tecnica agli incentivi per l’adozione delle tecnologie, fino agli strumenti che aiutino la microimpresa a colmare il proprio ritardo digitale senza esserne travolta.

Il tema dell’energia

C’è infine un terzo fronte, meno esplorato quando si parla di piccole imprese: quello delle risorse su cui la corsa all’AI si regge materialmente. Richiamiamo in particolare le proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) per il periodo 2025-2030 sull’aumento del fabbisogno elettrico legato all’elaborazione dei dati. È il promemoria che l’intelligenza artificiale, per quanto “immateriale” nella percezione comune, poggia su un’infrastruttura fisica energivora e su una filiera di minerali strategici.
Il punto non è secondario per l’artigianato. La sostenibilità economica dell’innovazione digitale si intreccia con il nodo, già critico per le piccole imprese italiane, del costo dell’energia, e con quello dell’accesso alle materie prime: due variabili su cui la microimpresa è storicamente più vulnerabile delle grandi aziende. L’adozione diffusa dell’AI, insomma, non ha soltanto un costo di competenze, ma anche un costo energetico e di approvvigionamento che ricade su un sistema produttivo già esposto.

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